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ANTICHI FASTI E CORRENTI MISERIE DEL KARAKALPAKSTAN
Il Karakalpakstan è una repubblica autonoma situata nella parte più occidentale dell’Uzbekistan. Dove un tempo c’erano le oasi lungo le rive dell’Amu Darya, oggi non è rimasta che una terra desolata interamente circondata dal deserto, che percorro in auto con Jasur, un pezzo d’uomo cordiale e affabile che mi guiderà in questo tour. Quando passiamo il confine di provincia veniamo fermati a un blok posti e lui si mette le mani nei capelli. Problems. Un poliziotto mi chiede in un discreto inglese quanto ho pagato per l’auto e a chi, dunque mi mette in guardia dagli operatori turistici improvvisati di cui non devo assolutamente fidarmi. Jasur intanto risale in macchina incazzato nero perché gli hanno fatto una multa dell’equivalente di quasi 200 euro (probabilmente a causa di documenti non in regola), quindi passa un bel po’ di tempo a urlare al telefono.
La prima tappa è Nukus, la capitale del Karakalpakstan, una città di impostazione sovietica ultimamente soggetta ad alcune migliorie estetiche e nota per essere stata fino al 2002 la sede di un Istituto di ricerca dell'Armata rossa dove venivano sperimentate armi chimiche.
La principale attrazione di Nukus è il museo Savitsky, "il Louvre delle steppe", che oltre a una vasta sezione storica ed etnografica detiene un’importantissima collezione di dipinti di avanguardia sovietica. Il suo fondatore, Igor Vitalievich Savitsky (un russo nato a Kiev, pittore egli stesso), ha dedicato la sua vita a raccogliere migliaia di manufatti e oggetti archeologici dell'area e soprattutto a mettere in salvo migliaia di opere di artisti sovietici considerati all’epoca nemici del popolo, la cui arte era condannata dal regime. L’operazione è andata in porto grazie alla lontananza e all’isolamento di Nukus, ma ha messo ugualmente in pericolo la vita di Savitsky che ha rischiato di finire nei gulag come molti degli artisti in questione. Nelle prime sale sono esposti gioielli, abiti tradizionali, tappeti, ricami e altre espressioni tipiche della cultura karakalpaka, popolazione povera e gelosa della propria identità, spesso bistrattata dalla maggioranza uzbeka. Vi sono inoltre vasi e sculture recuperati grazie agli scavi nelle rovine dell’antica Corasmia, una civiltà culturalmente molto progredita, di religione zoroastriana. La collezione di dipinti degli artisti russi e uzbeki è invece così vasta che da un paio di anni si è aperta una seconda sede del museo, e anche così non è possibile renderli tutti fruibili al pubblico.
Quando risalgo in macchina Jasur mi offre un po’ del suo pane col pomodoro (con questo caldo, più di questo non riesce a mangiare); nel frattempo si è tranquillizzato in merito alla faccenda della multa ed è tornato sorridente. È contento del nuovo presidente (good for tourism, more money) ma naturalmente anche Karimov era ok. Sa che in italia abbiamo un nuovo primo ministro e ritiene giusto che in Italia vivano solo italiani, in Francia solo francesi e così via. Troppo lungo da spiegare: cambiamo argomento. Ha 46 anni, 6 figli, sua moglie lavora in banca. Di solito effettua la preghiera rituale ma visto che adesso sta lavorando recupererà stasera.
Continuiamo a procedere più o meno paralleli all'Amu Darya, che diventa sempre più sottile fino a sparire del tutto: oggi infatti il fiume più lungo dell'Asia centrale non sfocia più nel lago d’Aral ma si perde nel deserto. È giunto il momento di affrontare il vero motivo per cui mi sto sottoponendo a queste ore torride di tragitto nel nulla: vedere con i miei occhi ciò che resta di una delle più gravi catastrofi ambientali provocate dall'uomo. Un cartello arrugginito con il disegno di un simpatico pesciolino ci dà il benvenuto a Moynaq, un tempo l’unico porto dell’Uzbekistan e oggi distante circa 200 km da ciò che resta del lago. Il pesce su sfondo blu ondoso è molto ironico perché l’industria ittica è soltanto un lontano ricordo: disoccupazione, desolazione ed emigrazione ne hanno preso il posto. Come se non bastasse, il microclima è cambiato e le estati sono diventate più calde e secche. Moynaq no gasoline - mi comunica Jasur.
Sono l’unica sotto questo sole che spacca le pietre a visitare il cimitero delle navi: alcune carcasse di imbarcazioni arrugginite abbandonate in quello che una volta era un florido lago e ora è un deserto di sale. I pannelli informativi e le foto satellitari mostrano le fasi del disastro a partire dagli anni Sessanta, quando il governo sovietico decise di usare l'acqua dell’Amu Darya e del Syr Darya per irrigare i vasti campi delle aree circostanti, secondo un piano di coltura intensiva che aveva il fine di far diventare l’URSS il primo esportatore di cotone del mondo.
Il prosciugamento del lago d'Aral in realtà è proseguito anche dopo l'indipendenza dell’Uzbekistan, visto che il presidente Karimov aveva mantenuto il sistema di irrigazione ereditato dai sovietici. Anzi, l'evaporazione è andata avanti così rapidamente che nel 2003 l'Aral Sud (ossia quello in territorio uzbeko) si è suddiviso ulteriormente in due bacini e pochi anni dopo la superficie del lago si era ridotta fino al 10% della sua dimensione originale. Nel frattempo l’eccessiva salinità ha praticamente distrutto l'ecosistema lacustre e l'Aralkum, il deserto di sabbia che si è formato, è ricoperto di prodotti chimici tossici dovuti all'indiscriminato utilizzo di fertilizzanti, alla sperimentazione di armi e ad altri progetti industriali.
Se le autorità kazake sono riuscite ad invertire il processo di prosciugamento dell’Aral nord con la costruzione di una diga (tanto che in alcuni villaggi è ripresa l'attività di pesca), in Uzbekistan la situazione è talmente irrimediabile che per molti l'unica soluzione è quella di investire nel rinverdimento del deserto.
Chiedo a Jasur di visitare il museo del lago d’Aral di Moynaq, ma mi risponde lapidario: No museum. Grazie alla mia insistenza troviamo l’indirizzo, ma il museo a quanto pare è in ristrutturazione.
Oggi il Karakalpakstan è tra le zone più povere ed inquinate dell’Uzbekistan: la maggior parte degli abitanti soffre di malattie croniche e moltissimi studenti e cittadini uzbeki sono costretti ad abbandonare periodicamente le loro occupazioni per dedicarsi alla raccolta del cotone, che ancora oggi rappresenta il fulcro dell'economia; tuttavia il nuovo presidente a quanto pare si sta impegnando per diversificare le colture e ha di recente varato dei provvedimenti che vietano lo sfruttamento e il trattamento disumano dei lavoratori. Verdissimi cotton fields ci circondano da quando siamo partiti. Harvest, september. Factory Tashkent, Turkey - mi aveva esaurientemente informata Jasur.
Per quanto riguarda il resto dell’offerta storico-culturale karakalpaka, su una collina a 20 km da Nukus si trovano i resti dell'antica Mizdakhan, che era la seconda città più grande della Corasmia. Jasur mi molla sotto al sole cocente e io sono tenuta a percorrere la salita, smadonnando tra le tombe e le moschee di questa necropoli tuttora sacra, mentre lui se ne sta comodamente all’ombra. In merito alla fortezza di Chilpik, non ci penso proprio a scalare la collina su cui sorge e mi accontento di guardarla da lontano. Leggo comunque che si tratterebbe in origine di una delle "Torri del silenzio" utilizzate per le cerimonie funebri dagli zoroastriani, i quali non seppellivano i cadaveri ma li lasciavano mangiare a uccelli e animali finché non rimanevano solo le ossa.
L’ultima tappa del tour sarebbe la Badai Tugai Nature Reserve, l’unica riserva naturale del Karakalpakstan (che contiene varie specie di uccelli e mammiferi tra cui il raro cervo battriano), ma sembrerebbe abbandonata visto che nessuno la presiede. E per fortuna, visto che ormai è tardissimo, il sole sta tramontando sull’Amu Darya e su tutti i suoi canali e i forni tandir in piena attività mi hanno fatto venire una fame lupigna.
Racconto di viaggio completo "CANTO NOTTURNO DI UNA TURISTA ERRANTE. Nei sempiterni calli dell'Uzbekistan e del Kirghizistan"