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Il mondo degli angeli
"Per i kazaki, il lungo dominio coloniale della Russia ha prodotto una lista di orrori difficile da eguagliare. Una carestia provocata dall'uomo che ha ucciso circa il 40% della popolazione. Una distruzione totale dell'intellighenzia. E 456 (!) test nucleari.
Il programma scolastico sovietico ci ha insegnato che il colonialismo era perpetrato solo da malvagie potenze europee su persone in terre lontane; e che il mio paese, l'URSS, che copre 1/6 della superficie terrestre, era invece un amico leale dei popoli colonizzati. La propaganda che ha reso invisibili al mondo esterno sia la brutale colonizzazione sia gli stessi colonizzati, è forse il maggior successo della Russia. Questa invisibilità fornisce ancora oggi copertura alle atrocità russe e deve essere interrotta..."
(Azamat Junisbai)
Ho prenotato una cuccetta nel moderno treno notturno che parte da Shymkent e arriva ad Almaty la mattina presto. Mi godo il sole che al tramonto illumina i tavoli della carrozza ristorante e quando diventa buio mi siedo al bancone del bar per prendere una birretta. Il tizio accanto a me inizialmente sta per i fatti suoi ad ascoltare la musica in cuffia, ma quando capisce che sono italiana si toglie gli auricolari e si presenta: è di Shymkent, ma lavora ad Almaty come avvocato. Dopo avergli raccontato brevemente il mio itinerario, la conversazione prende una piega filosofica-esistenziale, abbastanza malinconica e sconsolata visto il carattere del mio occasionale compagno di viaggio. Quando ho espresso il mio apprezzamento per la democrazia liberale, ha risposto che per lui i due concetti sono in contraddizione, probabilmente alludendo al liberismo economico (“Tutto gira intorno ai soldi!” ha affermato con un certo livore). Io invece gli ho detto che per me il liberalismo consiste nel rispettare tutte le minoranze e assicurare i diritti di tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle, dalla religione eccetera. “Ehhh, it’s angels’ world!” ha commentato con palese scetticismo l’avvocato di Shymkent, al che ho detto che non è il mondo degli angeli, ma che servirebbe un grande sforzo da parte di tutti per renderlo almeno in parte possibile. Lui non ha ribattuto, io ho intravisto un impercettibile luccichio nei suoi occhi e ho sorriso, illudendomi di averlo quasi convinto.
Almaty in russo si chiama Alma-Ata, che dovrebbe significare il “nonno (o padre) delle mele", per sottolineare che le mele selvatiche hanno avuto origine da queste parti. La città più popolosa del Paese è situata ai piedi dell’estrema propaggine settentrionale della catena del Tian Shan: le montagne innevate che le fanno da sfondo, nelle giornate di cielo sereno, regalano un fascino speciale a questa Torino kazaka. La mattina del mio arrivo, una ragazza autoctona incontrata sull’autobus mi informa in italiano perfetto che fino al 1997 era la capitale del Kazakistan. “Se non sbaglio la nuova capitale Astana per un periodo è stata chiamata Nursultan…” dico io, che lo avevo letto sul libro di geografia. Lei ride di gusto: “Sì, Nazarbaev decise, con l’umiltà che lo contraddistingueva, di chiamarla con il proprio nome di battesimo, ma tre anni dopo il parlamento ha votato in modo compatto per tornare al precedente nome”. Per contestualizzare i fatti, il cambio di nome avvenne nel 2019, quando – incalzato da una serie di proteste anti-governative – il presidente, dopo quasi trent’anni di governo, si decise finalmente a dimettersi; tuttavia fu una semplice operazione di facciata, perché in realtà continuò a mantenere un’enorme influenza (per esempio, era a capo del potente Consiglio di sicurezza nazionale). Soltanto a gennaio 2022, dopo altri gravi disordini, il suo sostituto Tokayev ha dato avvio ad una vera e propria opera di "de-nazarbaevizzazione": molte vie, edifici e istituzioni intitolati all’ex presidente hanno ripreso il loro nome originale, alcune sue statue sono sparite e soprattutto sono stati revocati tutti gli incarichi, i privilegi e le immunità che ancora aveva.
A Zhanaozen, nel Mangystau, ebbero luogo i disordini del 1989 e il massacro dei manifestanti del Giorno dell'Indipendenza, nel dicembre 2011. Sempre qui, dopo un improvviso aumento dei prezzi del GPL, iniziarono pacificamente le proteste di massa del gennaio 2022, che si diffusero poi rapidamente in altre città del paese. In particolare ad Almaty le manifestazioni si trasformarono in rivolte violente, alimentate dal malcontento nei confronti del governo e dell'oligarchia nazionale, nonché della corruzione e della disuguaglianza economica. Il presidente Tokayev dichiarò lo stato di emergenza e richiese l’intervento dell’alleanza militare regionale guidata dalla Russia, parlando di “aggressione terrorista” di ispirazione straniera o addirittura di un tentativo di colpo di stato (toh, che fantasia!). Putin giustificò l'intervento come uno sforzo concertato per proteggere gli alleati kazaki da quelle che ebbe a definire, siccome suole, ”rivoluzioni colorate”: il rovesciamento del regime amico non sarebbe stato un bell’esempio per i russi! Dopo più di duecento vittime e migliaia di arresti, Tokayev volle dimostrare di aver preso in carico le richieste, per cui sospese l’aumento del prezzo del carburante e sciolse il governo (oltre alle suddette azioni contro Nazarbaev). Però poi qualche mese dopo inaugurò il memoriale di Tagzym con un discorso retorico del tutto in linea con l'opinabile narrazione putiniana. Il monumento alle vittime dei disordini sorge nella scenografica piazza della Repubblica, in un giardino situato accanto al palazzo del sindaco (che all'epoca degli eventi venne vandalizzato), e di fronte all’imponente obelisco in onore dell'indipendenza.
Girando l’angolo si incontra un'altra opera celebrativa dedicata a un evento simbolo della lotta per l'indipendenza del Kazakistan, la "rivolta di dicembre" (Zheltoksan), che ebbe luogo nel 1986 dopo che Gorbaciov ebbe licenziato il segretario del Partito Kunaev, di etnia kazaka, per sostituirlo con Kolbin, che non solo era di etnia russa ma non aveva mai vissuto o lavorato in Kazakistan. La manifestazione degenerò e scoppiarono scontri fra i dimostranti e la polizia; molte persone furono uccise dall’esercito e dalle forze speciali, migliaia furono arrestate. Coloro che protestavano non avevano nessuna intenzione di staccarsi dall’Unione Sovietica, gli bastava avere un segretario kazako e poco dopo furono accontentati: iniziò così la lunga carriera di Nursultan Nazarbaev – che tra parentesi non era certo schierato con i manifestanti. Tra l'altro, secondo le memorie di Gorbaciov, la nomina di Kolbin era stata proposta dallo stesso Kunaev proprio per fermare l'avanzamento del nostro NN.
Almaty è una bella città piena di verde, che percorro volentieri a piedi visto che fortunatamente le temperature sono molto piacevoli in questi giorni. A parte il centralissimo parco delle 28 Guardie Panfilov e il giardino botanico, più in periferia troviamo il parco del primo presidente, costruito su un vasto terreno dove un tempo si trovavano dei meleti. C'è un ingresso monumentale, diverse sculture a forma di mela, una fontana, dei chioschi e ovviamente tanti alberi e panchine. Nursultan Nazarbaev, al quale il parco è intitolato, è celebrato con una statua realizzata in marmo, bronzo e granito che lo ritrae seduto tra due ali che rappresentano le città principali del Paese: Almaty e Astana. Non solo la statua è ancora al suo posto, ma la gente si mette in fila per fotografarsi insieme a lui. Devo dunque dedurre che l’ex dittatore continua ad essere amato, nonostante le violazioni dei diritti umani, il dissenso represso, le elezioni non libere, il culto della personalità, il controllo dei media, nonché la corruzione e il nepotismo che hanno caratterizzato il suo governo. E nonostante il fatto che, come abbiamo visto, sia recentemente caduto in disgrazia.
All'ora di cena sono seduta a un tavolo all'aperto di questo grande e ambizioso ristorante specializzato in piatti di carne. Vicino a me è seduta la proprietaria, a cui alcuni membri dello staff stanno cerimoniosamente proponendo le nuove salse: quella al pepe e quella ai funghi le fanno assaggiare pure a me. Sta piovendo da un bel po' e non accenna a smettere, inoltre c'è un vento molto forte, le temperature sono precipitate e io indosso una maglietta leggera e non ho nemmeno l'ombrello. Nell'attesa che la situazione migliori ordino un'altra birra e nel frattempo esce questo tizio a fumarsi una sigaretta. Quando scopre la mia provenienza, mi dice in italiano che ha studiato a Siena, è di Almaty e parla russo (cosa che avevo capito dai suoi lineamenti). Approfitto per chiedergli com'è la situazione politica. "Be', non c'è una vera e propria censura su quello che si dice, ad esempio a scuola; il controllo è attuato più tramite la propaganda religiosa, quindi fare più figli, non bere alcol, insomma così la società è più tranquilla e c'è meno criminalità." E per quanto riguarda le varie etnie? "Russi e kazaki si riconoscono subito, però non c'è razzismo tra di noi. Io ad esempio non parlo bene kazako, mentre i kazaki il russo spesso lo capiscono perché lo hanno studiato a scuola. Ancora oggi, se studi ingegneria o medicina non puoi non sapere il russo." Per essere precisi, il russo lo parlano i kazaki di una certa età e i ceti più colti, mentre i giovani e le persone di campagna in genere parlano solo la lingua nazionale. La lingua kazaka viene trascritta con tre alfabeti: latino, cirillico e arabo. Attualmente sono ancora utilizzati i caratteri cirillici, ma avevo letto che entro il 2025 è prevista la transizione verso l'alfabeto latino. Secondo Ivan è un'assurdità "perché pochi sanno l'inglese, e comunque ci sarebbero problemi molto più importanti da risolvere, invece di queste scemenze".
Nel 2017, Nazarbaev descrisse il ventesimo secolo come un periodo in cui "la lingua e la cultura kazaka sono state devastate" e infatti molto si sta facendo per ridargli importanza. Però, come in tutte le repubbliche dell'Asia centrale, ogni decisione che rafforza la propria lingua nazionale è un colpo al cuore per Putin. Le lingue di questi stati infatti sono di origine turca e non slava come il russo o l'ucraino: ogni abitante di questa regione che non parla più russo rappresenta un ulteriore passo nel cammino che li allontana dalla Russia, non solo dal punto di vista culturale ma anche politico, visto che non sarà più capace di capire i programmi della TV russa, nonché i giornali e i siti internet. Nel novembre 2023 Tokayev, mentre accoglieva una delegazione russa guidata dallo stesso Putin, ha cominciato il suo discorso in kazako prima di passare al russo: una mossa davvero inaspettata, che nessuno ha capito se fosse rivolta più ai funzionari russi o più al popolo kazako.
La "Hall of History" del Museo Centrale Statale della Repubblica del Kazakistan è dedicata alla multietnicità di questo Paese. Sono infatti più di cento le nazionalità presenti, conseguenza duratura del brutale regime di Stalin che fece deportare qui numerosi popoli come i coreani che vivevano nella Siberia Orientale, i tartari della penisola di Crimea, i ceceni e gli ingusci del Caucaso settentrionale, i tedeschi delle colonie del mar Nero e del Volga ecc. All’epoca infatti, dopo la spaventosa carestia e l’imposizione della collettivizzazione, il Kazakistan era spopolato e le sue sterminate pianure erano pressoché deserte. Secondo le stime, circa sei milioni di persone furono trasferite con la forza negli anni Trenta e Quaranta, circa un quarto delle quali morì durante il trasporto o nel primo periodo dell’esilio. A questi popoli dobbiamo naturalmente aggiungere gli ucraini, gli uzbechi (molto numerosi nella zona di Shymkent), gli uiguri (maggiormente presenti qui a oriente) e gli altri vicini di casa.
Per quanto riguarda i russi, invece, erano quasi il 40% nel 1989, grosso modo la stessa percentuale dei kazaki; questi ultimi oggi sono diventati il 70%, con i russi scesi al 15% circa, tra l’altro maggiormente concentrati nelle regioni settentrionali. A parte i numerosi trasferimenti avvenuti dopo l’indipendenza, l’aumento in percentuale degli autoctoni è dovuto anche all’indice di fecondità più alto tra la popolazione kazaka, che è più conservatrice. Oggi il Kazakistan conta quasi venti milioni di abitanti, pochissimi in un territorio così vasto, ma da alcuni anni in aumento grazie appunto al fatto che ogni donna fa mediamente più di 3 figli. Un dato che lo differenzia dalla Russia, dove la fecondità non raggiunge il livello di riproduzione, e un altro segnale del fatto che i russi sono sempre meno "padroni".
Una sera, sulla terrazza di questo bellissimo jazz club di Almaty, mi sono messa a chiacchierare con i musicisti. "Ti è piaciuto il concerto?" mi chiede il contrabbassista. "Molto" rispondo sinceramente io, che avevo gradito sia la musica sia il locale con i tipici tavolini, le luci soffuse e anche una discreta cucina. "Peccato che c'era poca gente". "È così tutte le sere, specialmente in settimana" mi risponde, "d’altra parte il club di Almaty è stato aperto solo dopo l'invasione criminale dell'Ucraina, quando una parte del personale della sede di Ekaterinburg ha deciso di lasciare la Russia. E anche noi musicisti, come vedi". “La sede russa va molto bene, quindi non gli interessa granché avere tanti clienti qui" aggiunge la cantante, che invece è di Almaty, "e in quanto a me, devo pure ringraziare Putin per aver iniziato la guerra! Prima ero disoccupata, mentre ora lavoro qui molte sere a settimana. L'inflazione è alle stelle: Mosca un tempo per noi era una città carissima, invece oggi è diventata più costosa Almaty. Però abbiamo gli stipendi che equivalgono a un terzo di quelli russi. La crisi è forte, ma noi resistiamo.”
L'ultimo giorno di viaggio ho partecipato alla più tipica delle escursioni nei dintorni di Almaty, che prevede la visita a canyon e laghi situati vicino al confine con il Kirghizistan, circondati da montagne ammantate di splendide foreste. La guida – a parte la fissazione di scattarci decine di foto per uno nei punti panoramici – parla un ottimo inglese perché ha vissuto negli Stati Uniti e viene a lungo interrogato su vari temi. Per quanto riguarda l’attualità, ci informa che hanno accolto molti russi e ucraini che scappano dalla guerra, “ma non quelli con la Z”. Rispondendo alla domanda di un norvegese che era nel tour, aggiunge: “Naturalmente siamo dalla parte degli ucraini, perché anche noi vorremmo tanto liberarci dal controllo russo, ma per il momento la vedo difficile, visti i rapporti commerciali e il lunghissimo confine”. Infatti nessun altro paese condivide un confine così lungo con la Russia (quasi 7000 chilometri), e inoltre in nessun altro paese centroasiatico vivono così tanti russi.
Come scrisse Azamat Junisbai (professore di sociologia in un college californiano, ma di origine kazaka), essere vicini della Russia è come trovarsi in una stanza con un pazzo che ha una pistola in mano: “You try to make yourself as inconspicuous as possible and hope he doesn’t notice you”. Devi fare il possibile per non farti notare.
Racconto di viaggio completo: "ESPOSIZIONE UNIVERSALE. Viaggio in Kazakistan meridionale"