home36.jpg

Afa in Vojvodina

Dopo alcune settimane nella scintillante Asia centrale ex sovietica, il bentornato in Europa me lo avevano dato i tanti homeless che dormivano nella stazione di Budapest, una scena che non vedevo da un po’ e che mi sollecita una serie di riflessioni geopolitiche che esulerebbero da questo reportage. Il mio Flixbus arriva a Novi Sad con notevole ritardo, a causa dei lunghissimi tempi d’attesa presso il posto di frontiera di Röszke. In questo luogo sgarrupatissimo, un cartello fa presente che le autorità serbe accettano le carte d’identità kosovare non certo perché riconoscono quello Stato, ma solo per adeguarsi alle regole internazionali.
Novi Sad è il capoluogo della Vojvodina, regione autonoma ai tempi della Jugoslavia, famosa per la sua multietnicità. Si tratta di una grande città di quasi 400000 abitanti, che è stata capitale della cultura nel 2022. Le temperature superano i 35 gradi e per questo lo strand, ossia la spiaggia cittadina lungo il Danubio, è alquanto affollata. Al tramonto nelle birrerie qui presenti alcuni cantanti allietano i clienti e l’atmosfera è vacanziera. Una promenade lunga otto chilometri e parallela al fiume in serata mi riconduce al centro.
Sulla riva opposta del Danubio si trova la maestosa fortezza di Petrovaradin, la seconda più grande d’Europa, testimone delle numerose battaglie che si sono succedute in questo luogo. L’attrazione preferita dai turisti è la torre con l’orologio "ubriaco", con le lancette invertite: quella grande indica le ore, invece la piccola i minuti. Nell'area della fortezza si tiene il famoso festival musicale Exit, che è terminato proprio ieri, per questo gli allestimenti sono ancora presenti e molti operai sono al lavoro per riportare il luogo alla normalità. Questo festival me l'ero segnato da quando alcuni anni fa me ne aveva parlato una ragazza conosciuta a Lefkada, ma non sono riuscita ad arrivarci in tempo.
Al museo cittadino apprendo che tra il sedicesimo e diciassettesimo secolo la Vojvodina rientrava nei domini dell'Impero ottomano, ma successivamente, a seguito della guerra austro-turca, divenne un possedimento degli Asburgo. La popolazione serba partecipò attivamente alla guerra e ciò contribuì all'ascesa della loro coscienza nazionale. Infatti i Serbi poi parteciparono alla cosiddetta Primavera dei popoli, durante la quale Novi Sad fu bombardata dagli ungheresi asserragliati proprio a Petrovaradin. Con la nascita dell'Impero austro-ungarico la regione venne assegnata all'amministrazione ungherese che la sottopose ad un'opera di magiarizzazione così radicale che i Serbi divennero una minoranza. Nel novembre 1918 la Vojvodina si riunì con lo Stato degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi, in quello che si chiamerà Regno di Yugoslavia. 
Mario è un italiano che qualche anno fa, in occasione del suo divorzio, aveva bisogno di cambiare vita. Per una serie di circostanze legate al lavoro del suo ex suocero, si è trasferito qui e ha aperto un piccolo ristorante con un piacevole patio. Mario ha preferito non offrire il servizio di bar perché – sostiene – a Novi Sad se la prendono comoda: "Possono stare anche un'ora e mezza per bere un caffè!" D'altra parte lui stesso si è adeguato ai ritmi locali, infatti non la smette un attimo di chiacchierare, mentre teoricamente dovrebbe cucinare. In pratica, quando finalmente mi viene servito il mio piatto di linguine, è passata più di un'ora e la pasta è stracotta.
Mario mi racconta che qui a Novi Sad sono immigrati molti cubani (che a suo dire, una volta preso il visto, si trasferiscono in Italia) e molti russi, i quali – che siano fuggiti dalla repressione, dalle ricadute economiche o dalla coscrizione – in genere sono ben accolti. La Serbia ha sempre mantenuto ottimi rapporti con la Russia, aggirando anche la sottoscrizione delle sanzioni, e non è difficile trasferirsi qui, per cui anche a Belgrado e in altre città la popolazione russa è cresciuta a dismisura negli ultimi tempi. Tuttavia i più pacifisti di loro a volte si possono trovare spiazzati a causa del sentimento filorusso particolarmente diffuso, infatti in relazione all’invasione dell’Ucraina la maggior parte della popolazione serba condivide la narrazione propagandata del Cremlino, secondo la quale è stato l’Occidente a provocare Mosca, costringendola a una reazione necessaria. 
A pochi chilometri di distanza sorge la cittadina di Sremski Karlovci, consigliata da ogni itinerario turistico per la sua pittoresca posizione tra l'impetuoso Danubio e i pendii boscosi della Fruška Gora, nonché per essere il cuore di una delle principali regioni vinicole della Serbia. L'autobus mi lascia vicino a un bel palazzo dipinto di giallo e rosso, sede del più antico ginnasio del Paese, e subito visito la Cattedrale di San Nicola, di fronte alla Fontana dei Quattro Leoni. Secondo la leggenda, chi beve quest'acqua è destinato a tornare a Sremski Karlovci e a sposarsi: ma evito accuratamente, non essendo interessata a nessuno dei due premi in palio. È infatti un pomeriggio di afa e desolazione, in cui solo le solite comitive di cinesi hanno il coraggio di percorrere indomite le strade della controra. Sudando l'anima in salita sotto al sole raggiungo il punto di osservazione da dove ammiro il panorama dall'alto, quindi mi reco alla Chiesa Superiore, dove un ragazzo indigeno senza alcun motivo apparente mi rivolge due parole in inglese traducibili con "senza Dio". Perplessa da questo incomprensibile giudizio e sconcertata dalle foto di Putin con tanto di grande zeta esposte nelle vetrine di una sede di partito, dichiaro conclusa la visita di Sremski Karlovci.

Tagged under: Balcani e Grecia,