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1 - Il bene imbecille

Quando dissero al serbo Gojko Petrovic - un pezzo d'uomo di settant'anni, ex partigiano - di calarsi i pantaloni davanti ai mercenari di Arkan, vidi dipingersi sul suo volto un'espressione di disarmato stupore. Quel giorno - era il 10 aprile del 1992 - le "Tigri" venute da Belgrado avevano occupato la cittadina bosniaca di Zvornik, sul fiume Drina, appena oltre la frontiera serba. Dopo un bombardamento di copertura dell'Armata federale, i paramilitari avevano iniziato le operazioni di pulizia etnica. Alcuni giornalisti erano stati ammessi allo spettacolo. Le "Tigri" avevano stanato i musulmani dalle cantine, persino dalle fogne, dove si erano nascosti in preda al terrore. Gli ultimi cinque li avevano trovati in casa del serbo Petrovic, il quale sperava di sottrarli al massacro.
"Calati i pantaloni!" insistette ridendo un guerriero con la banda nera. Si chiamava Drago, o almeno così mi parve di capire. Gojko stava in piedi sull'uscio di casa e obbedì. Il milite si avvicinò, fumando. Diede un'occhiata, si girò verso gli armati che aspettavano in giardino e disse, quasi amorevolmente: "Vedete, non è circonciso".
Drago aveva il fare chirurgico di chi non vuole sporcarsi col sangue.
Guanti di pelle scura, con le dita scoperte, telefonino, occhiali neri americani. Teneva una long size tra indice e medio della mano destra, un mitra superleggero nella sinistra (al mignolo, un grosso anello d'oro) e un lanciarazzi buttato a tracolla con noncuranza. Era il capo, e lo ostentava.
Ci fu un attimo di silenzio e si sentirono solo le cicale. Poi dalla gola di Drago uscì un lungo grido isterico: "Ma come cazzo fa un cristiano a proteggere gli infedeli?". L'uomo in mimetica si mise a battere il calcio del mitra sul terreno. Fermo sull'uscio, Gojko guardava muto, con le mutande abbassate. Dentro, qualcuno piangeva, probabilmente donne. Quando partì la raffica e il vecchio si accasciò di traverso sulla stuoia con la scritta Dobrodosli, "benvenuti", l'espressione di disarmato stupore gli si era già fissata, definitivamente, sulla bocca e sugli occhi.
Nel maggio del 1995 incontrai nuovamente Drago; fu a Milano, in una boutique di via Montenapoleone. Mi infilai nel negozio dopo di lui.
Cercava una pelliccia di castoro, parlava con la commessa un italiano quasi perfetto. Si muoveva con felpata sicurezza, come se fosse lui il padrone. In quelle ore i suoi "fratelli" serbi subivano la prima sconfitta in Slavonia occidentale ma la cosa sembrava non riguardarlo. Anche il suo capo, Zeljko Raznjatovic detto Arkan, si era dato alla bella vita. Ex killer per conto della polizia segreta comunista, ex leader degli ultras della Stella Rossa, ex parlamentare, adesso Arkan era anche un ex mercenario. Nella sua nuova villa di Belgrado, al sicuro dai mandati di cattura delle polizie di mezza Europa, stava a godersi i soldi fatti a Zvornik e dintorni, svuotando le case dei bosniaci.
Mentre esaminava un tessuto, per un attimo Drago mi guardò, senza riconoscermi, ma quel tanto che gli bastò per captare il mio turbamento. Non potrò mai dimenticare quegli occhi di falco. Mi scossero non perché evocavano un omicidio brutale, ma perché mi rivelavano che l'omicida non era identificabile da alcun segno, era capace di muoversi senza difficoltà in mezzo alla jeunesse dorée, agli operatori di Borsa e agli avvocati della Milano bene. Quell'uomo non solo si mimetizzava nel "mio" mondo, ma ne faceva parte. Solo che in quel momento non era lui l'estraneo. Ero io.
Non avevo mai scritto una riga dell'omicidio a freddo del serbo Petrovic a Zvornik. L'avevo tenuto nascosto per tre anni. Non volevo descrivere una cosa che gli stessi assassini mi avevano consentito di vedere con troppa comodità e ostentato narcisismo, portandomi nella mattanza come in una gita organizzata. Scrivere, avevo pensato, equivaleva a propagare la loro fama, quindi a diventare complici della pulizia etnica, utili diffusori della paura. E poi, pensavo, la crudeltà gratuita non aveva particolare significato, non aiutava a capire gli eventi, tanto più nel mio mondo che di crudeltà gratuita autentica o virtuale - era pieno.
Dopo l'incontro di Milano cambiai idea. Drago e il vecchio Gojko divennero per me l'immagine stessa del dualismo-chiave di quella guerra: la spavalda astuzia del male e l'inerme cecità del bene. Da allora, tutto ciò che avevo visto in Bosnia si illuminò di significato nuovo e semplice. Ricordai improvvisamente di avere incontrato molte altre volte, in mezzo alle moltitudini, quei due inconfondibili tipi umani. La maggioranza era come Gojko, con lo stesso sguardo di sorpresa. In gran parte erano profughi: ne avevo visti passare tanti, in quella surreale primavera del 1992. Pensai che di animali da preda come Drago, invece, ne avevo incontrati pochissimi. Sì e no una decina. Ne trassi una doppia conclusione: il bene prevale numericamente sul male, ma non sa fiutare il pericolo.
Eppure, il male è visibile ed esplicito. Quando lo psichiatra Radovan Karadzic, lanciando cupi avvertimenti, scelse le montagne per diventare il capotribù dei serbi nazionalisti, i sarajevesi dissero: fanfaronate. Nel giugno del 1991, mentre già si combatteva nei villaggi attorno, la borghesia serba e croata di Vukovar, sorseggiando aperitivi, snobbò i bollori etnici dei villaggi circostanti e ripeté: accadrà ovunque, ma non qui. E quando nell'estate del 1991, un anno prima della guerra in Bosnia, gli abitanti di Nedzarici, quartiere a maggioranza serba vicino all'aeroporto di Sarajevo, cominciarono a scavare buche nel terreno, quelli del vicino rione di Dobrinja, passando, non capirono che si trattava di trincee.
In quella stessa estate, una commissione militare venne a visitare la casa di montagna a Pale di una mia conoscente sarajevese, per vedere se era adatta a contenere un ospedale militare: lei ci rise su fino alle lacrime, e anche gli amici risero, in città, delle "assurde paranoie difensive" dei militari federali. Nel settembre del 1991 Persa Vucic, casalinga di Belgrado, seppe dal figlio - richiamato sul fronte croato di Vukovar - che riserve di vecchi carri armati venivano rimesse in esercizio per essere trasferite in Bosnia. Lo scopo, per dichiarazione esplicita del comandante della base di Sid, colonnello Spenev, era di "proteggere i serbi a Zvornik e Bijeljina".
Ma anche Persa non ci credette.
Ricordo anche il sarajevese Sefer Hasanefendic. Stava nel suo negozietto di alimentari nel quartiere di Alipasino Polje: tutti lo consideravano l'uomo più mite del mondo. Anche lui, nel marzo del 1992, si stupì di fronte ai primi spari in città, sul ponte di Vrbanja. Un mese dopo, ascoltando gli orrendi bollettini provenienti dalla Drina, continuò a scuotere il capo dicendo: non è possibile.
Non è che fosse sconvolto da una cosa mostruosa. Semplicemente non la credeva vera, non prestava attenzione a ciò che riteneva pura propaganda. Brontolava, il vecchio Sefer, e subito si rimetteva al lavoro.
Tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte alla luce del sole. Alcune sono state persino provocatoriamente annunciate. La stessa guerra in Croazia è stata in sé un annuncio tragicamente esplicito. Eppure, quasi nessuno, in quella fatale primavera del '92, vi prestò attenzione. Allora, la velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla sua lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale. Non esiste prova migliore, forse, che la Bosnia non è stata distrutta dall'odio - come fa comodo a troppi di supporre - ma da una diffusa ignoranza dell'odio.
Sarà un caso, ma solo la piccola criminalità di Sarajevo seppe fiutare la guerra in arrivo e organizzare un minimo di difesa. Furono i ladri e i contrabbandieri in libertà vigilata i primi ad allertare la gente nei quartieri e a esortarla a rastrellare armi per creare una sorveglianza armata. Qualcuno disse che ciò accadeva perché il presidente Izetbegovic, reduce da una lunga condanna nelle galere di Tito, aveva mantenuto le "vecchie amicizie", fondando su di esse il primo nucleo delle sue guardie del corpo e del suo potere personale.
La piccola criminalità, secondo tale versione, avrebbe attinto notizie di prima mano direttamente dal Palazzo. Io credo che essa poté essere preveggente per la semplice ragione che conosceva in anticipo i meccanismi del male.
In Bosnia ho imparato che il male è più razionale, più guardingo, addirittura più coerente del bene. Avverte molto prima l'odore del pericolo e la puzza dell'imbroglio. Osservando l'industria del crimine avremmo molto da imparare, disse il giudice Giovanni Falcone, nell'intervista concessa prima di essere ammazzato alla periferia di Palermo. Magari, diceva, lo Stato riuscisse a imitare le capacità organizzative di Cosa Nostra. Ma il male è non solo più preparato e astuto del bene. E' anche meno vulnerabile. Perché è stato così facile uccidere un Kennedy, un Luther King o un Rathenau? Perché, invece, un'aureola di intoccabilità ha protetto fino all'ultimo Hitler e Stalin?
Ho guardato più volte alla moviola il filmato sull'omicidio del premier israeliano Rabin il 4 novembre 1995 a Tel Aviv. Era stupefacente vedere, in quei fotogrammi, la facilità con cui l'attentatore Amir si avvicinava alla vittima e alla sua scorta, invisibile in mezzo a una massa di pacifisti giubilanti ma ignari del pericolo. Allo stesso modo, il 5 aprile del 1992 a Sarajevo, una massa enorme di pacifisti entrò cantando nel rione occupato dai serbi, Grbavica, senza vedere che i cecchini erano lì sui tetti, pronti a uccidere. E difatti uccisero, senza difficoltà alcuna. E di nuovo, sul volto della prima vittima, la giovane Suada Dilberovic colpita sul ponte di Vrbanja, si dipinse quell'inconfondibile espressione di sbigottito stupore.
Racconta Samir Koric, che l'accompagnava: "Oggi molta gente vi dirà che si sapeva che la guerra stava arrivando. Non è vero. Io non lo immaginavo e nemmeno Suada lo immaginava. Per Suada, una musulmana proveniente da Dubrovnik, questo sbocco era un'eventualità più che astratta". In Bosnia ho visto troppi pacifisti diventare interventisti per credere che la loro metamorfosi sia stata puramente casuale. Essa nasceva dalla rabbia per la passività del bene, quella passività che ha trasformato le moltitudini in greggi e le ha consegnate docilmente ai macellai.
Il procuratore antimafia Giancarlo Caselli usa ripetere che un uomo come Totò Riina, che riesce a restare latitante per vent'anni nel cuore di Palermo, dev'essere per forza intelligente. Io non credo che basti l'intelligenza, e nemmeno la complicità; non penso che il male abbia una forza cosmica superiore. Credo che esso prevalga anche perché sa in anticipo che il cosiddetto bene è ingenuo e cieco fino all'imbecillità. "Imbecille" significa "infermo", uno che ha bisogno del bastone per sorreggersi: oggi, si usa solo per definire la debolezza mentale. Il termine è perfetto. Qualifica chi si rifiuta di vedere la solare trasparenza di un imbroglio. Esattamente come abbiamo fatto noi in Bosnia.
Dai Balcani ci viene un insegnamento: ciò che ci trasforma in carne da cannone è palesemente lo stesso imbonimento che ci fa comprare questo o quel detersivo o votare questo o quel partito. I veleni che generarono lo sterminio degli ebrei sono gli stessi che hanno corroso Bosnia, Serbia e Croazia. Per verificare l'universalità di certi meccanismi, nessuna generazione come quella dei nostri figli ha avuto a portata di mano una guerra così vicina e trasparente. Eppure, nessuno come loro mi sembra cieco di fronte agli eventi. Quando mi capita di spiegare ai giovani i trucchi di cui si serve il virus della guerra per aggredire gli individui, vedo invariabilmente dipingersi nei loro occhi lo stesso inerme stupore del vecchio Gojko Petrovic. E ho paura.
Lo psichiatra sarajevese Ismet Ceric mi disse: "Mio figlio mi rinfaccia spesso la contagiosa cecità della mia generazione di fronte ai pericoli che si addensavano. E ha ragione: fino all'ultimo la guerra ci è sembrata impossibile. Il regime ci aveva ossessivamente preparato all'eventualità di un'invasione dall'esterno. Mai all'idea di un'aggressione interna". Per questo mi è insopportabile pensare che anche i miei figli possano accusarmi, un giorno, di aver chiuso loro gli occhi. Mi sembra un autolesionismo integrale non sfruttare fin sui banchi di scuola la lezione elementare della Bosnia per dare ai ragazzi un vademucum di autodifesa. Vedo con sconforto che si continua a parlare di integrazione, di convivenza e di Europa solo a livello retorico, nella beata ignoranza dei meccanismi della disintegrazione.
Il fatto è che il male non acceca solo le sue vittime, ma anche i testimoni esterni. Chi sta a guardare pensa alla guerra come a un'eventualità remota, o una catastrofe naturale come l'inondazione o il maremoto. Questo rivela un'altra legge "aurea": la percezione del pericolo non aumenta ma diminuisce con l'avvicinarsi dello stesso. In Italia, più ci si accosta al confine orientale, più scarsa diventa la partecipazione agli eventi danubiani. A Milano, a Roma, dove il coinvolgimento è maggiore, immaginano che a Trieste la guerra si respiri nell'aria. Regolarmente, a ogni riaccendersi di tensione a est, i direttori delle grandi testate spediscono inviati speciali a raccontare delle "frontiere che scottano", quando regolarmente non accade un bel nulla. Nel 1993 sulla costa dalmata la gente faceva il bagno mentre da Mostar arrivava il tuono del cannone e croati e musulmani si scannavano.
Ma il paradosso esplode con la TV. Attraverso le finestre dei teleschermi, l'addossamento agli eventi è tale che non li si vede più. Il volto di una donna in lacrime o il corpo di un uomo massacrato occupano tutto il campo visivo e quindi uccidono nello spettatore il senso del contesto, delle proporzioni e della distanza.
Quando chiedo a bruciapelo alla gente quanto lontano è la Bosnia, la maggioranza immagina distanze doppie o triple della realtà. E' il segno che rimuove, non avverte il pericolo alle porte di casa. E quindi ha inconsciamente abbassato il livello di guardia.
Gli aggressori della Bosnia hanno capito in anticipo che il nostro voyeurismo televisivo equivaleva a perfetta cecità, e ne hanno tratto i loro vantaggi. Constatato che dalle nostre parti la politica dipende dalla TV - quindi da uno strumento cieco - essi hanno capito in anticipo che la nostra politica estera sarebbe stata cieca, dunque avrebbe garantito loro l'impunità. Così, essi ci hanno benevolmente consentito di puntare tutti i nostri riflettori sul microcosmo di Sarajevo, di farne un comodo palcoscenico umanitario per la vanità dei nostri politici, e soprattutto di sfogare su di esso la nostra fame di immagini. In questo modo, essi hanno avuto mano libera sulla grande zona d'ombra del retroscena, cioè sul resto della Bosnia.
Il 28 giugno del 1992 il mondo intero poté vedere il vecchio François Mitterrand sbarcare a Sarajevo nel mezzo dei combattimenti, passeggiare coraggiosamente in città, incontrare il presidente bosniaco Izetbegovic. Fu un beau geste che propiziò la riapertura dell'aeroporto e l'avvio della grande operazione degli aiuti alla capitale. Karadzic ebbe l'astuzia di consentire, e ne trasse immediato vantaggio. Poté fare bella figura davanti alle telecamere e nel frattempo stringere la sua tenaglia militare appena fuori da Sarajevo. Nel loro libro The Death of Yugoslavia, Laura Silber e Allan Little hanno potuto accertare che, proprio mentre costui salutava Mitterrand all'aeroporto con un sorriso smagliante, i suoi aguzzini si apprestavano a massacrare duecento musulmani nel lager di Prijedor, dopo un giorno di inenarrabili torture.
E' anche per questo effetto-cloroformio della TV che, di fronte all'evidenza dell'imbroglio, noi occidentali ci siamo comportati con la stessa ingenuità di un valligiano del Montenegro. Noi giornalisti in sahariana, eravamo talvolta lì a giocare agli Indiana Jones o a rincorrere barbari stereotipi coniati astutamente dagli stessi belligeranti; la gente era disorientata dalle troppe descrizioni di sangue e melodramma; i politici, di conseguenza, stavano attenti solo alle reazioni "basiche" dei tele-elettori davanti a immagini spazzatura; gli intellettuali, poi, erano divisi tra frustrazione, pietà e contemplazione ebete di un generico tribalismo.
I Balcani sono stati un rivelatore impressionante della nostra debolezza sul piano politico, informativo, intellettuale. Mentre l'Europa intera versava calde lacrime per una singola bimba ferita, Irma, mille altri bambini venivano uccisi nell'oblio. Nelle settimane in cui furono di moda sui giornali le bosniache stuprate - anzi, proprio grazie alla nostra spasmodica attenzione su quest'unico delitto - la macchina dell'odio continuò imperterrita a seminare il suo virus altrove, attaccando sistematicamente altri punti di scarsa resistenza del tessuto sociale. Avvolte in una nube protettiva di cloroformio, la propaganda e le bugie continuarono a essere somministrate a dosi da cavallo.
Un giorno alle redazioni arrivò via circuito internazionale la telefoto di un "mujaheddin" con in mano la testa tagliata di un soldato serbo. A Milano, Torino, Roma, si discusse a lungo se pubblicare o meno quell'immagine. Tutti si chiesero se non fosse una foto troppo forte per lo stomaco dei lettori. Fu quella l'unica discriminante. Pochi si chiesero se si trattava di una foto autentica. Solo il giorno dopo si constatò il grossolano fotomontaggio: la testa era troppo grande, corrispondeva a un uomo di tre metri. E' solo un esempio dell'irrisoria facilità con cui la dezinformacija ha mandato in tilt la nostra macchina mediatica. Le bugie hanno potuto seminare le loro uova fatali ovunque, fin dentro lo studio ovale della Casa Bianca e tra le mura del Cremlino.
Mi ci sono scervellato per mesi. Come mai un uomo ignorante, notoriamente bugiardo, rozzo e mediocre come Karadzic poteva avere tanto credito? Come potevano prenderlo sul serio alle conferenze internazionali? Com'era possibile che davanti a quell'individuo si distendessero tappeti rossi, suonassero inni nazionali, si affaccendassero premurose hostess in minigonna, si schiudessero le felpate portiere delle limousine, i cancelli delle case nobiliari inglesi, le telecamere della Bbc e le sale dei migliori casinò?
Bastava davvero una mimetica e una pistola a rendere credibile un personaggio simile agli occhi del mondo?
I discorsi di Karadzic ai serbo-bosniaci, disse il poeta sarajevese Marko Vesovic, ricordano i venditori di pellicce siberiane agli abitanti dei tropici. Imbonimento puro, dunque. Eppure Karadzic ha scoperto molto presto che i potenti del mondo, i politici, i negoziatori, non solo stavano a sentire le sue fandonie, ma volevano sentirsele raccontare. Un giorno vidi il mediatore Stoltenberg - scelto dal mondo per trattare al più alto livello su tutto lo scacchiere - letteralmente imbambolato, rapito, davanti alle sparate del fanfarone. Mi accorsi che, nella crisi mondiale delle leadership, anche uno psichiatra vanaglorioso come Karadzic poteva assumere una sua sinistra grandezza. E che di fronte alla diabolica astuzia di un Milosevic, Eltsin appariva ancor più goffo, e persino Clinton sembrava talvolta un giulivo boy scout.

Il suo capolavoro di abominio, nella garanzia del più totale buio informativo e della più totale impunità, il male lo costruisce a Srebrenica, nella gola del fiume Drina. E' Srebrenica, l'antica Argentium delle miniere, la vera città martire della Bosnia.
Sarajevo, persino Mostar, non reggono al confronto. Chi è sopravvissuto a Srebrenica, dicono, non può avere sentimenti in corpo. E chi non l'ha conosciuta, non può dire di avere visto la verità della guerra in Bosnia.
L'orrore si compie nei giorni tra l'11 e il 15 luglio del 1995, mentre l'Europa va al mare. Dopo la resa dell'enclave bosniaca, ottomila maschi musulmani vengono portati via e massacrati da truppe speciali del serbo Mladic e buttati in fosse comuni: un rastrellamento sistematico, velocizzato dall'uso di camion, preparato con largo anticipo. E' il più spaventoso massacro in Europa dopo il 1945, ma l'Europa ci metterà mesi a saperlo. I superstiti raccontano, i controspionaggi sanno, i satelliti-spia fotografano ogni cosa, ma i rapporti sulla strage dormiranno fino a settembre e oltre nei cassetti delle cancellerie.
La vicenda. Già alla fine di giugno i servizi segreti americani e francesi segnalano che il generale Mladic ammassa uomini e mezzi attorno all'enclave protetta dall'Onu, ma non se ne fa nulla. Il 6 luglio i serbi scatenano l'attacco, i caschi blu olandesi di stanza a Srebrenica lanciano un appello dietro l'altro, chiedono al loro comando generale di dare il via libera a un bombardamento dissuasivo della Nato. La cittadina è sotto un diluvio di fuoco, ma gli aerei non arrivano. A Zagabria il comandante francese dell'Unprofor, generale Bernard Janvier, si lascia sfuggire - secondo la stampa una frase illuminante: "Messieurs, vous n'avez donc pas compris que je dois être débarrassé de ces enclaves?". Signori, ma non avete ancora capito che qualcuno deve togliermi dai piedi queste enclaves?
L'allusione è ai giochi d'alto livello attorno alle "aree protette" superstiti nella valle della Drina. Già all'inizio dell'anno il piano di spartizione - che diverrà poi il piano di Clinton - è stato messo a punto dal cosiddetto gruppo di contatto delle cinque grandi potenze. Esso assegna Srebrenica ai serbi. Quando in maggio il consiglio di sicurezza della Nato propone dei piani di evacuazione per questi ultimi territori bosniaci sulla Drina, nessuno dei paesi occidentali ha qualcosa da ridire. E così, il 6 luglio, Mladic si sente pienamente autorizzato a risolvere la questione. A suo modo.
In fondo, non è una situazione nuova. E' dall'inizio della guerra che i geniali piani di spartizione - le cosiddette mappe etniche sfornate dagli occidentali - autorizzano anziché impedire i massacri in Bosnia. Lo ripete da tempo, inascoltato, il commissario Onu sulle violazioni dei diritti umani in ex Jugoslavia, il polacco Tadeusz Mazowiecki. Sul piano Vance-Owen ha già lanciato accuse terribili.
Dice: ha stimolato la pulizia etnica, ha seminato la zizzania fra gli alleati croati e bosniaci, nel 1993 ha persino causato la guerra tra loro.
Quando Srebrenica è accerchiata, quindicimila musulmani in armi tentano di sfondare le linee alla disperata, per raggiungere il territorio bosniaco amico, in direzione di Tuzla. Saranno decimati come in un safari. Alcuni perderanno la ragione. Altri si spareranno in testa al momento della cattura. Qualcuno si farà saltare in aria con una bomba a mano. I feriti saranno finiti sul posto. Gli altri saranno portati via e fucilati. Nel frattempo, a Srebrenica altre venticinquemila persone si mettono sotto la protezione dei caschi blu olandesi. E' allora che Mladic convoca gli ufficiali Onu davanti a un maiale appeso a un albero, fa sgozzare la bestia e poi dice: così finirà chi verrà a cercare rifugio da voi.
A quel punto, gli uomini sono separati dagli altri. Donne, vecchi e bambini sono caricati su camion; Mladic, fotografatissimo, distribuisce caramelle ai più piccoli. I camion partono per Tuzla, sotto scorta ONU. I maschi validi invece sono messi in colonna e portati via. Non torneranno mai più. Il 13 luglio, in un incontro a Sarajevo, il rappresentante dell'Onu riferisce alla stampa che Mladic è disposto "a fermare i massacri", a condizione che il governo bosniaco cessi di combattere sul fronte occidentale. I giornalisti, correttamente, concludono che la dichiarazione conferma l'esistenza dei massacri. Ma l'uomo dell'Onu si affretta a correggere, chiamando in causa una traduzione errata.
In realtà, ad alto livello si è già diffusa una parola d'ordine: dimenticare Srebrenica. Chirac mostra i muscoli, il consiglio di sicurezza ordina di "ristabilire lo statuto dell'enclave", ma sono posizioni platoniche che servono a nascondere la resa di fronte alla logica spartitoria. Anche gli americani adottano il profilo basso.
Stanno preparando con i croati l'offensiva su Knin e cercano di strappare a Milosevic il silenzio-assenso all'operazione. Come dire: per la semplificazione del fronte occidentale, si può anche digerire una strage su quello orientale. Mazowiecki raccoglie intanto le prove delle atrocità, denuncia l'inazione dell'Onu. Infine, disgustato da tanto cinismo, si dimette.
Quello di Srebrenica è solo un esempio. Quando il premio Pulitzer Roy Gutman raccolse nell'estate del 1993 le prove agghiaccianti dell'esistenza dei lager serbi, dove la gente veniva affamata, torturata e uccisa, importanti governi occidentali si diedero da fare per ostacolare la verità. "Dopo la pubblicazione del mio reportage scrisse - il governo statunitense si rifiutò per settimane di interrogare i profughi". Quando finalmente la verità venne a galla e gli analisti del governo americano conclusero che si trattava di un caso evidente di genocidio, "funzionari del ministero degli Esteri riferirono che il governo rifiutava di pubblicare le relazioni".
Ancor più incomprensibile, per Gutman, fu l'atteggiamento della Gran Bretagna. Quando il consiglio di sicurezza dell'Onu cominciò a raccogliere le prove dei crimini di guerra e chiese ai governi occidentali testimonianze di profughi bosniaci, fu sempre Londra a fare da freno, specie al momento di reperire finanziamenti e cercare il personale per la commissione speciale incaricata di tale compito.
Per la BBC, tale comportamento nasceva dal desiderio di "trovare una soluzione diplomatica". E il fatto di concentrarsi sui crimini di guerra, scrisse Gutman, "avrebbe rappresentato un ostacolo a tale soluzione".
Dietro alla cecità inerme delle vittime e degli spettatori del dramma - eccoci a un altro punto chiave - ne esiste dunque un'altra, quella della grande politica. Le prime due sono altamente influenzate dalla terza; ma mentre le prime sono involontarie, quella politica è voluta, programmatica. E' da qui che arriva silenziosamente ai belligeranti, e in particolare agli aggressori, la certezza dell'impunità. Se, come vedremo, questi hanno potuto propinarci a piene mani stereotipi e banalizzazioni depistanti del tipo "la guerra tribale", ciò è accaduto non solo perché i nostri giornali richiedevano imperiosamente banalità da gettare in pasto alla massa.
Gli aggressori hanno potuto sdoganare così facilmente la storiella dell'odio atavico anche perché sapevano benissimo che alle nostre logiche spartitorie un fattore complesso come la Bosnia risultava incomprensibile, impossibile da gestire, persino scocciante. Sapevano che il luogo comune che liquidava la guerra come un prodotto del primitivismo, e non di sofisticate manipolazioni, rispondeva in pieno alla nostra volontà di non occuparci direttamente di questa scocciatura e di tranquillizzare nello stesso tempo le nostre pubbliche opinioni.
Nei briefing quotidiani con la stampa internazionale, gli uomini dell'Onu a Sarajevo si sono sempre rifiutati di usare la parola "assedio". La parola era bandita perché l'assedio implicava un assediante, dunque la chiara indicazione di un colpevole. Ciò era assolutamente da evitare, in nome di una falsa neutralità fra contendenti di una guerra già schedata come tribale. Quando il 6 aprile 1992 a Bijeljina il team dell'organizzazione per i diritti umani Helsinki Watch corse ad avvertire la locale base Onu che gli uomini di Arkan, armati fino ai denti, stavano occupando la città, si sentì rispondere dal comandante che la cosa "non gli risultava" e che, comunque fosse, egli non aveva "niente a che fare con questo".
Fin dal loro sbarco in Bosnia, gli uomini dell'Onu hanno accettato i generosi inviti a cena del dottor Karadzic, hanno mangiato salsicce e bevuto allegramente grappa con lui. Fin dall'inizio, mentre lui bombardava Sarajevo, lo hanno accreditato come interlocutore politico, degradando automaticamente il legittimo governo di Sarajevo al rango di semplice fazione in lotta, alla quale di conseguenza andavano negate, con l'embargo, le armi di autodifesa.
Già alle prime conferenze di pace essi hanno mostrato il loro desiderio di semplificazione etnica chiamando i bosniaci "musulmani", anche quando le loro delegazioni includevano serbi e croati. Fin dai primi mesi hanno guardato ai bosniaci come a dei rompiscatole che rompevano le tregue, si ostinavano a volere una loro patria e a vendere cara la pelle.
Ogni nostra mossa ha favorito gli aggressori. Prima i mediatori internazionali hanno prodotto mappe etniche che anziché frenare le stragi le hanno incoraggiate, offrendo una base giuridica al genocidio (l'effetto mortale di quelle mappe lo si è visto in modo particolare negli scontri bestiali che hanno opposto, nel 1993, i croati ai bosniaci nell'area tra Mostar e Travnik). Per il fatto stesso di esserci, i caschi blu sono diventati di fatto ostaggi, si sono trasformati nella garanzia che la Nato mai avrebbe sganciato bombe per paura di ritorsioni sui caschi blu. Essi hanno fornito così la migliore assicurazione possibile sulla vita di Mladic e soci.
Quando nell'estate del 1995 i soldati azzurri si lasciarono catturare come scudi umani senza sparare un solo colpo, ciò avvenne perché essi erano di fatto ostaggi fin dal primo giorno della loro permanenza in Bosnia.
Spesso i grandi affermano di essere stati "presi in giro" o "colti di sorpresa" dagli eventi. Dobbiamo sapere che mentono spudoratamente. Essi sanno. Sanno talmente tanto, che a volte c'è da chiedersi come facciano a dormirci sopra. I nostri governanti conoscono la verità del gioco: semplicemente non ce la raccontano.
Fingono di credere alla storiella del lupo perché non vogliono che si sappia in giro quanto fa loro comodo che sparisca - nella divisione delle sfere d'influenza - quel maledetto fattore di disturbo che si chiama Sarajevo. Non possono ammettere davanti a noi che Milosevic, e dietro a lui Tudjman, decidendo di spartirsi la Bosnia, fanno per conto terzi un lavoro sporco necessario alla cosiddetta "sicurezza del terzo millennio". Quella di un mondo banalizzato, un mondo in bianco e nero che esclude zone grige, invoca semplificazioni.
Comprese quelle etniche.
E' per questo che da Londra, Parigi, Roma e da altre capitali è partito un tam-tam che ha pesantemente influenzato i giornali, un tam-tam che ha descritto tutta l'ex Jugoslavia e in particolare la Bosnia come uno spazio insondabile, dove tutti i gatti sono egualmente bigi e feroci, una guerra tra cattivi e pessimi, un mostruoso caos in cui ognuno è allo stesso tempo vittima e carnefice.
Ma spiegare una guerra con l'odio tribale è come spiegare un incendio doloso col grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non col fiammifero gettato da qualcuno. Ridurre la Bosnia a una storia di morti ammazzati equivale a studiare Cosa Nostra con i rapporti dei medici legali dopo un regolamento di conti, oppure con l'analisi chimica dell'esplosivo usato a Capaci contro il giudice Falcone. Un simile approccio non è solo imbecillità. E' deliberata volontà di non capire, dunque complicità col piromane.
Nel giugno del 1992 - non ricordo il giorno - Radovan Karadzic, venuto a Belgrado per incontrare Milosevic nel bel mezzo della guerra, si offrì alla stampa in un briefing al centro stampa internazionale. Era il suo primo viaggio "all'estero" dopo che a fine aprile Serbia e Montenegro - creando un nuovo Stato di nome Jugoslavia - avevano deciso di separarsi dalla Bosnia dividendo anche l'esercito federale. Era un banale gioco delle tre carte.
Serviva a Milosevic per rilanciarsi come soggetto politico "pulito" dal sangue, e scaricare sul subalterno Karadzic la responsabilità del lavoro sporco. I rifornimenti militari da Belgrado, ovviamente, continuarono come se niente fosse. Ma la mossa cosmetica era stata ugualmente accolta con sollievo dal mondo, e in particolare da Londra, che bramava di veder restituito alla legittimità piena il suo tradizionale interlocutore, la Serbia.
Karadzic si presentò al centro stampa con una falange di gorilla armati fino ai denti. Era la prima volta che qualcuno portava dei mitra lì dentro. Tutti tacquero, tranne una persona. Desa Trevisan, anziana giornalista locale ed ex corrispondente del Times, scattò come una tigre. Sembrava una questione formale, ma non era così. Era la dimostrazione sostanziale dell'imbroglio. Chiese difatti la Trevisan: "Se lei è in un paese straniero, come osa entrarci armato? E se lei è nel suo paese, di che cosa ha paura?".
Erano bastate due domandine a mostrare che il re era nudo. Karadzic non si inalberò, rispose con giochini di parole. Ma il giorno dopo arrivò la risposta vera. Per strada qualcuno sparò alla Trevisan, colpendola a una mano.
In Bosnia e Croazia sono morti tanti giornalisti. Un numero abnorme rispetto all'entità complessiva della strage. Tre di essi venivano dalla mia città, Trieste; li ha fatti fuori una bomba croata mentre visitavano dei bambini all'ospedale di Mostar est. Non credo che ne siano morti così tanti perché la categoria in Bosnia è diventata d'un tratto più imprudente che in Vietnam o in Libano. Credo piuttosto che sia diminuito il valore della loro vita. In una guerra costruita sull'intossicazione dei mass media, il giornalista era, comunque sia, visto come un killer su commissione o un pericoloso rompiscatole.
Prima della Bosnia, dirsi giornalisti in guerra equivaleva a esibire un salvacondotto. In Bosnia invece, scrivere "Press" sull'automobile significava farsi impallinare.
Ma molti giornalisti stranieri hanno dato fastidio anche in casa loro. Facendo dei nomi e rivelando l'artificialità di certi meccanismi infernali, essi hanno rotto il cliché del tribalismo, dunque sono andati controcorrente. Spesso sono andati in rotta di collisione con i loro stessi direttori e i loro colleghi opinionisti, più sensibili - questi ultimi - alle alchimie e alle amnesie interessate delle cancellerie. Nella ex Jugoslavia ho conosciuto un gran numero di corrispondenti e stringers di testate straniere e molti di essi erano gente di grande coraggio e bravura: Markus Tanner dell'Independent, Michael Montgomery del Daily Telegraph, Mirjana Tomic di El Pais, Tim Judah del Times, Helène Despic di Libération, Thea Viktorija dell'Afp. Sarà un caso, ma nessuno di essi ha fatto carriera in guerra. Qualcuno ha addirittura perso il lavoro.
Non esiste indicatore migliore della programmatica sottovalutazione occidentale della questione bosniaca. La controprova di questa voglia politica di cloroformio sull'ex Jugoslavia sta del resto nella scelta dei mediatori internazionali. Anziché mobilitare il meglio della propria intelligenza politica e diplomatica, l'Occidente ha preferito farsi rappresentare da pensionati collerici come Lord Carrington, da uno gnomo giulivo come Thorvald Stoltenberg, da un presuntuoso imbellettato come Lord Owen o da un nanerottolo come Yasushi Akashi, con quel suo sorriso beota. Logico che fin dall'inizio Milosevic se li sia mangiati in un boccone. Nel '95 molti sono rimasti stupiti della rapidità con cui Richard Holbrooke ha ottenuto dei risultati.
Il mediatore americano non era un genio. Era solo il primo diplomatico vero dopo una lunga serie di fantocci.
Si è detto che la percezione del pericolo diminuisce con l'avvicinarsi dello stesso. Niente come l'Italia dimostra questo assunto. Centrali per l'Europa, i Balcani sono ancor più centrali per l'Italia, sono uno straordinario fattore di collaudo a tutto campo.
Su quello scacchiere noi possiamo misurare la nostra intesa con gli altri paesi dell'Unione europea, la nostra capacità di essere parte attiva dell'Alleanza atlantica, le nostre prospettive di intesa col mondo slavo, tedesco e anche musulmano. Possiamo anche mostrare la nostra capacità di competere economicamente col gigante tedesco, di darci una politica marittima adriatica e dunque mediterranea, di sorvegliare le nostre frontiere e assorbire immigrati. E naturalmente, sul fronte balcanico possiamo verificare la nostra capacità di darci una moderna politica di difesa e di sicurezza.
Non c'è tuttavia nulla ad alto livello che dica agli italiani chiusi dai mass media nella contemplazione del loro teatrino politico - quanto quell'area sia strategica per il paese. L'attenzione si è risvegliata solo quando la Bosnia è diventata una questione di politica interna, cioè quando, dopo la pace di Dayton, un nostro contingente militare ha fatto la sua storica comparsa a Sarajevo. Ma durante la fase esplosiva della guerra, la Bosnia è stata un problema italiano solo per i nostri operatori umanitari, la cui presenza sul campo è stata nettamente la più attiva d'Europa. Operando in Croazia e in Bosnia essi hanno potuto misurare non solo la grande simpatia con cui tutte le parti in causa guardavano al nostro paese, ma anche il fossato che, anche in questo campo, separava a casa nostra la gente dalle istituzioni.

Per spiegare l'atteggiamento con cui Roma guarda al mondo che sta a est dell'Adriatico, niente può essere più efficace di una foto di gruppo scattata il 6 ottobre 1995 alle ore 12 nella sontuosa Villa Madama, dove l'Italia ospita il primo incontro davvero planetario sulla ex Jugoslavia, con la "pax americana" già nell'aria. Partono i lampi dei flash, il ministro degli Esteri Susanna Agnelli gongola vistosamente tra i grandi. C'è il mediatore Usa Holbrooke-superstar, lo svedese Bildt, il russo Ivanov. E, ancora, i massimi vertici negoziali di Canada, Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone.
Presenze importanti, forse troppe per essere davvero operative, presenze amplificate dagli affreschi, dai nudi marmorei e dalle immense vetrate spalancate sulla città eterna.
I flash e i microfoni vanno all'assalto dei grandi mediatori. Ma dove sono i rappresentanti della ex Jugoslavia? Ah già, il vertice riguarda loro. Sono in un angolo, in penombra, lontano dai riflettori. Topcagic per la Bosnia, Sanader per la Croazia, Milutinovic per la Federazione jugoslava tra Serbia e Montenegro.
Nessuno se ne occupa, a partire dalla stampa. Dalla coreografia al corteggiamento dei vip, tutto mostra che non contano nulla.
Soprattutto il rappresentante di Sarajevo. La sua opinione è un dettaglio senza importanza vista la gigantesca pressione americana e il rapporto esclusivo degli Stati Uniti con la Croazia. Come nel 1914, il destino della Bosnia non riguarda i bosniaci: le cose si decidono altrove. Nei Balcani, le chiavi della guerra e della pace le hanno sempre avute, saldamente, gli altri.
I protagonisti prendono posto per le presentazioni alla stampa.
Tutti tranne Holbrooke, che è incollato al telefonino. Si comincia senza di lui, la Agnelli fa gli onori di casa. Comincia con tre gaffe, in sequenza mozzafiato. "Qui a destra ho il ministro della Serbia", esordisce. Lui la corregge beffardo: "Jugoslavia". Ah sì, dice lei divertita, dunque Jugoslavia. Ma insiste: "E per la Croazia, come si chiama lei?". L'altro, gelido, dice tra i denti: Sanader.
Tocca al terzo malcapitato: "E lei è il viceministro della..., dica pure, della?". E lui, un giovanotto alle prime armi, fa intimidito: Bosnia-Erzegovina. "Bene - fa la Agnelli - così abbiamo anche la dizione corretta".
Eterea, candida, disinvolta fino all'impertinenza, la signora Fiat passa dai ragazzacci del fangoso cortile balcanico ai grossi calibri internazionali, più familiari per la sua dinastia. Holbrooke è così galante, Bildt così carino. Vengono dal suo stesso mondo esclusivo, Uppsala, Harvard. Parlano inglese con lo stesso accento Bbc, non hanno quei nomi ostrogoti pieni di consonanti. Che noia questi ex jugoslavi, quando impareranno a comportarsi come si deve? Oh sì, Roma è davvero equidistante e neutrale fra le parti in causa. Forse perché non gliene frega niente di nessuna delle tre.
Spesso, nei vertici, i piccoli dettagli coreografici la dicono più lunga delle dichiarazioni comuni. Dieci minuti sono bastati a delineare il quadro: l'astuzia sorniona del governo serbo, l'orgogliosa suscettibilità dei croati, la remissività dei bosniaci, il menefreghismo del mondo per i destini dei loro popoli, l'inesistenza diplomatica dell'Europa in rapporto agli Usa. E soprattutto la leggerezza giuliva con cui l'Italia si trastulla con l'ordigno a orologeria innescato davanti alla sua porta d'Oriente.