
Porošenko (...) cercò di rafforzare l’identità ucraina anche con leggi sulla lingua che rendevano l’ucraino obbligatorio in tutte le scuole e ne facevano la prima lingua di interlocuzione istituzionale, lasciando tuttavia la possibilità del passaggio a un’altra lingua, vale a dire di regola il russo, se la persona dichiarava di non capirlo. I provvedimenti, maldestri anche perché facilitavano la propaganda putiniana sulla repressione dei russi e del russo, erano in realtà molto blandi e non diversi da quelli in vigore nella maggioranza dei paesi europei (pensiamo per esempio alla legge sull’italiano «lingua nazionale», cosa non contemplata dalla Costituzione, approvata in Italia durante la presidenza Ciampi). Soprattutto, essi non segnalarono l’abbandono del perseguimento di un ideale civico di cittadinanza, come dimostrò nell’aprile 2016 la nomina a primo ministro di Volodymyr Hrojsman, l’ex sindaco di Vinnycja di origine ebraica, che rimase in carica fino all’agosto 2019.
La vittoria di questa politica, e la saldezza della democrazia ucraina, fu suggellata nell’aprile 2019 dalle elezioni che, in una situazione difficile e con un conflitto in corso, portarono alla sostituzione, senza alcun problema, di Porošenko con Volodymyr Zelens’kyj, un russofono di origine ebraica. La fama che ha guadagnato con la resistenza all’invasione russa permette di accennare solo brevemente al suo passato. Come tutti sanno, è stato il protagonista di una serie televisiva di successo, Servitore del popolo (2015-2019), ispirata a Mr. Smith va a Washington, il famoso film di Frank Capra del 1939, e quindi a un’ideologia populista quanto democratica. «Servitore del popolo» fu anche il nome del partito che sostenne la sua candidatura, che ricevette al secondo turno il 70% dei voti, con un risultato omogeneo in tutto il paese. Essa raccolse infatti forti maggioranze ovunque tranne che in quella stessa Ucraina occidentale dove allora si sospettava di possibili legami di Zelens’kyj con la Mosca di Putin (anche per questo il comandante del battaglione Azov rifiutò di onorarlo quando ricevette una prima decorazione al valore) e dove oggi è considerato un eroe. Contò molto anche il suo insistere sulla necessità di fare dell’Ucraina un paese aperto, moderno e tecnologico. E contò la sua giovane età (al momento dell’elezione aveva solo 41 anni), un tratto che condivideva con Hrojsman, nato come lui nel 1978, ma anche, per esempio, con i governatori dei territori rimasti agli ucraini nel Donbas, in un paese ormai governato da persone di 30-40 anni, un’ulteriore indicazione della «novità» dell’Ucraina odierna.
Torniamo anche per questa via alla vittoria, che sembra per il momento salda, di un progetto di nazione non etnico ma civico, che permette a identità multiple di convivere senza per questo indebolire il desiderio del paese di esistere e di difendersi. Questa vittoria ribadisce da un lato la necessità – che abbiamo già sottolineato – di non vedere dove oggi non c’è un «nazionalismo ucraino» inteso nel classico senso etnolinguistico europeo, un nazionalismo che pure ha giocato nella storia ucraina un ruolo importante. E ci pone di fronte, dall’altro, alla necessità di trovare, e quando possibile spiegare, le cause di un fenomeno tanto diverso dal, e per certi versi opposto al, «non etnicismo» cresciuto nella Russia di Putin. Anch’essa ha rifiutato, sì, di essere nazione in senso europeo, ma per porsi come centro, anche etnico, di una rinnovata sfera imperiale, assegnando alla nazionalità russa il ruolo di cuore di un progetto sovra-etnico, e a suo modo super-etnico (coi suoi russi costruttori di impero), chiuso e dominatore.
Venendo alla questione della lingua, la cui evoluzione in Ucraina è forse la più stupefacente tanto dal punto di vista della tradizione europeo-continentale quanto da quello dei precedenti del nazionalismo ucraino, va innanzitutto riconosciuto il peso in questa evoluzione dell’eredità sovietica. Quest’ultima ha finito infatti col giocare un ruolo inaspettatamente favorevole all’apertura attraverso i movimenti di popolazione, i matrimoni misti, e soprattutto, e paradossalmente, in conseguenza della tenace politica di russificazione, più «dolce» rispetto a quella brutale del 1933-1935, posta in essere da Mosca dopo la morte di Stalin. Messi di fronte all’evidenza che la mobilità sociale, come quella geografica, all’interno del mondo sovietico era legata all’uso della sua lingua veicolare, i non russi presero a considerare precisamente il russo come tale. Esso venne quindi di fatto «de-etnicizzato», sulla falsariga di quello che è poi successo in Europa con l’inglese (va da sé che il russo, come l’inglese per i britannici, non per questo perse il suo connotato «identitario» per i russi). Questo processo fu più veloce tra popolazioni slave, come ucraini e bielorussi, le cui lingue erano al tempo stesso diverse (e più diverse tra loro di quanto non lo siano croato e serbo o ceco e slovacco, che pure sono lingue ufficiali di Stati indipendenti), ma anche vicine. Ma esso ebbe luogo anche in un’Asia centrale ancora oggi, almeno nelle città, largamente russofona, anche se non mancano i segni di un possibile cambiamento.
In Ucraina il successo di questa russificazione «dolce» fu facilitato anche dalle precedenti politiche repressive, quelle dure dell’impero zarista così come quelle durissime di Stalin. Dopo la rivolta polacca del 1863-1864 la città di San Pietroburgo, che ne temeva l’eco in terre ucraine dove la nobiltà polacca giocava ancora un ruolo cruciale, emise a due riprese provvedimenti che ostacolarono grandemente la crescita e la maturazione dell’ucraino, vietando per esempio la stampa di libri in un «dialetto» cui non era riconosciuto lo status di lingua. Dietro c’erano anche le teorie «panrusse» di Alessandro III, su cui torneremo perché sono una delle fonti ispiratrici della Mosca di Putin: pur rinunciando ai sogni panslavi, ritenuti irrealistici, lo zar riteneva ancora possibile tenere unite, anche con la repressione e i divieti, incluso quello dell’insegnamento, le lingue e le culture slavo-orientali russa, bielorussa e «piccolo russa».
Queste politiche furono aiutate da processi di urbanizzazione e modernizzazione che avevano luogo in territori, come il Donbas, in cui le campagne erano ancora largamente analfabete e che era quindi realistico pensare di condurre all’alfabetizzazione con uno slittamento linguistico orientato sul russo. Subito dopo la rivoluzione del 1905, l’Accademia delle scienze riconobbe infine lo status di lingua all’ucraino e furono in parte sospese le interdizioni al suo uso colto, ma tanto la lingua (che comunque non venne introdotta nei curricula scolastici) quanto il movimento nazionale che vi si richiamava ebbero solo pochi anni per svilupparsi, schiacciati tra le repressioni precedenti e il primo conflitto mondiale.
La guerra civile e le decisioni di Lenin su come tenere e controllare un’Ucraina sconfitta, ma che aveva mostrato grande vitalità, permisero dopo il 1923 un rapido sviluppo della lingua e della cultura ucraine. Questo in una repubblica ancora fortemente differenziata, con consistenti minoranze ebree, polacche, tedesche ecc., e non ridotta al bilinguismo emerso dai massacri, dalle deportazioni e dalle migrazioni legate alle purghe, alla seconda guerra mondiale, e agli anni immediatamente successivi ad essa. Fu ragionando su questo sviluppo, ritenuto pericoloso specie in connessione con la resistenza contadina alla collettivizzazione, che nell’estate del 1932, di fronte alla paura di «perdere l’Ucraina» (come scrisse in una lettera a Lazar Kaganovič), Stalin decise di assestare alla repubblica il doppio colpo di una carestia sterminatrice e dell’eliminazione sistematica della sua élite (accusata di nuovo di essere sostanzialmente una marionetta polacca). Ciò fu accompagnato anche da interventi diretti e mirati sulla lingua, tesi ad avvicinarla al russo e a distorcerne e limitarne lo sviluppo. Sul successo di queste politiche terribili fu poi costruito quello della più moderata russificazione successiva al 1953, che produsse la situazione ereditata dalla nuova repubblica dopo l’indipendenza: un paese con una forte minoranza etnica russa e in cui la grande maggioranza degli ucraini era bilingue e comunque in grado di comprendere perfettamente un russo de-etnicizzato perché veicolare, nonché usa a passare senza problemi da una lingua all’altra e a fare ricorso al già ricordato suržik.
È per questo che è difficile ricorrere alla lingua d’uso per farsi un’idea affidabile della «questione nazionale» nell’Ucraina post-sovietica che pure ha continuato nei suoi censimenti a fare domande su di essa, seguendo quasi meccanicamente il modello costruito, sotto pressione tedesca, dagli statistici europei nell’Ottocento, quando si decise che la lingua era il più sicuro indizio della nazionalità.
Secondo l’ultimo censimento sovietico del 1989, che contava ancora la popolazione su base etnica, gli ucraini, con circa 37 milioni, rappresentavano il 75% della popolazione, seguiti da russi (circa 11 milioni pari al 21%), ebrei (500.000), bielorussi (440.000), moldavi (324.000), bulgari (234.000), polacchi (219.000), ungheresi (163.000) e rumeni (135.000). Dal punto di vista linguistico le cose stavano però diversamente, e la popolazione si divideva in tre, e non due, grandi gruppi etnolinguistici: gli ucraini ucrainofoni (40%), quelli russofoni (33-34%), e i russi, naturalmente russofoni, come sappiamo al 21%. Il gruppo decisivo era quindi evidentemente il secondo. Come ha notato Casanova, esso deteneva le chiavi della politica di costruzione nazionale visto che in teoria poteva schierarsi coi primi come coi russi, ma anche rifiutarsi di farlo e premere appunto, anche se indirettamente, per una soluzione non binaria e quindi non etnonazionale. Ciò è quanto poi, in effetti, successe (anche tra chi si sentiva «sovietico»), contribuendo a evitare un conflitto russo-ucraino interno e ponendo le basi per il formarsi di una identità aperta comune. Questa soluzione inattesa ci aiuta a comprendere fatti apparentemente paradossali, come i tanti dialoghi in russo dei soldati che combattono le truppe di Putin o la larga accettazione della russofonia di un presidente di origine ebraica. Almeno per ora, quindi, gli ucraini sembrano non credere più a quell’identità tra lingua, etnia e nazione in cui anche il loro movimento nazionale aveva creduto, ma proprio questa guerra potrebbe forse spingerli ad abbracciare l’ucraino.
Un altro fattore decisivo della peculiare evoluzione ucraina sta nel rapporto che l’Ucraina ha stabilito con i grandi paesi, già anglosassoni, di emigrazione, nonché con l’Unione Europea. Si tratta naturalmente di rapporti complessi, dei quali seguo qui solo due componenti, che mi sembrano al tempo stesso importanti e rivelatrici.
La prima è costituita dalla presenza di una forte e ben organizzata diaspora. Al contrario di quella russa, anch’essa molto forte e combattiva nei decenni successivi alla guerra civile ma via via logorata dal naturale attrito del tempo, quella ucraina era nel 1991 ancora molto attiva e attenta a quanto succedeva in Ucraina, soprattutto in Canada e negli Stati Uniti. Si trattava e si tratta di una diaspora composta da molti strati temporali e politico-culturali: quello dell’emigrazione contadina precedente la prima guerra mondiale; quello dell’emigrazione politica seguita alle sconfitte del primo dopoguerra contro bolscevichi e polacchi; e soprattutto quello, fortemente politicizzato e organizzato, generato dalla seconda guerra mondiale. Quest’ultimo assunse presto una relativa egemonia sui due primi gruppi, trasmettendo la sua esperienza alle generazioni nate nei nuovi paesi di immigrazione. Era un gruppo unito dalla provenienza «regionale» (l’Ucraina occidentale già polacca) e nutrito dall’esperienza della guerra, anche partigiana, contro l’Unione Sovietica nonché da quella dei campi profughi, spesso gestiti dalle organizzazioni nazionaliste, che ne aveva rafforzato la compattezza come stava per succedere anche ai palestinesi.
L’ideologia dominante, ma non unica, di questo terzo strato era quella del nazionalismo integrale. Essa però aveva già cominciato ad evolvere nella lotta contro il «totalitarismo» sovietico e aveva continuato a farlo integrandosi nelle grandi democrazie occidentali e usando il discorso del «mondo libero» caratteristico della guerra fredda. I suoi figli erano inoltre cresciuti col mito della dissidenza e della lotta per la libertà, e avevano subito l’impatto dei grandi movimenti giovanili degli anni Sessanta e Settanta senza perdere il fortissimo attaccamento all’Ucraina. Nel 1991 c’erano quindi, sia in Canada che negli Stati Uniti, comunità attive e organizzate, con più di un milione di aderenti in ciascuno dei due paesi, pronte ad aiutare il paese di origine. Benché non mancassero nuclei ancora legati al precedente nazionalismo integrale, esse erano ormai in genere portatrici di valori liberaldemocratici, nutriti anche dalla lotta per il riconoscimento dell’Holodomor. Non stupisce quindi che l’influenza esercitata da queste diaspore sia stata in generale favorevole all’evoluzione «occidentale» dell’Ucraina, sostenendo la costruzione di nuove università, la formazione di élite culturali, politiche e burocratiche, la nascita di riviste e giornali, la diffusione dell’inglese ecc.
La seconda componente è costituita dalla nuova emigrazione ucraina verso i paesi dell’Unione Europea (un milione e più di persone in Polonia prima della guerra, ma anche centinaia di migliaia in Italia, Francia, Germania ecc.) generata dalla crisi successiva all’indipendenza e permessa dalla libertà da essa garantita. Un flusso nutrito anche dalla ricordata mancanza di risorse, la cui presenza ha invece permesso ai russi, per loro fortuna, di evitare l’esperienza dell’emigrazione economica. Centinaia di migliaia di famiglie ucraine hanno così partecipato dal basso, spesso integrandosi in altrettante famiglie europee, alla vita di un Occidente che non è solo consumismo o corruzione, e che permette una vita certo non facile ma aperta e migliore.
Altre centinaia di migliaia di famiglie ucraine hanno invece ricevuto notizie molto differenti dagli ucraini emigrati a partire dagli anni Novanta in Russia, paese che come già detto poteva almeno contare sui proventi dell’esportazione di energia, materie prime e semilavorati, e dove quindi era possibile trovare lavoro. L’Ucraina è stata ed è quindi tra i pochi paesi dove sia possibile fare un confronto diretto, di massa e a livello popolare tra la vita e il lavoro in Russia e nell’Unione Europea. Dietro la popolarità della richiesta di associazione a quest’ultima anche negli anni di Janukovyč, dietro le tantissime bandiere dell’Unione comparse nei giorni di Euromajdan e dopo la sua vittoria, dietro la preferenza per quella vita rispetto a quella prospettata dall’integrazione nell’oppressivo «mondo russo» putiniano, c’è anche questo: un tessuto costruito dal basso e difficile da strappare, anche perché ha costruito opinione.
Come abbiamo già visto analizzando per esempio la questione della lingua, o quella della religione, dietro l’evoluzione dell’Ucraina verso un nuovo modello dopo il 1991 ci sono naturalmente anche i riflessi degli snodi cruciali della storia sovietica. Ad essi occorre guardare anche nei termini delle opportunità che offrivano al nuovo Stato di costruirsi quel discorso legittimante di cui tutti gli Stati hanno bisogno, come dimostra il caso delle tre Italie succedutesi dopo il 1861, che lo hanno trovato rispettivamente nel Risorgimento, nella rivoluzione fascista e nella Resistenza.
Se pensiamo alla storia dell’Ucraina sovietica in questa prospettiva, scartate per ovvie ragioni la doppia sconfitta contro polacchi e bolscevichi del 1918-1920, l’occupazione tedesca e il lungo e più tranquillo periodo della russificazione dolce sotto Chruščëv e Brežnev, restavano due possibili opzioni. La prima era costituita dalla grande tragedia nazionale della carestia sterminatrice del 1932-1933, l’Holodomor, decisa come abbiamo visto da Stalin per domare l’Ucraina sovietica, piegandone la base sociale contadina con l’uso della fame e liquidandone le élite che avevano osato dubitare delle sue politiche, mettendo a rischio – ai suoi occhi – l’appartenenza dell’Ucraina al mondo sovietico.
La seconda, più limitata geograficamente e per numeri coinvolti ma non per intensità, era invece rappresentata dall’accanita resistenza opposta dall’Ucraina occidentale già asburgica e polacca all’occupazione sovietica del 1944. Il suo movimento partigiano è stato forse il più compatto e duraturo dell’Europa del XX secolo: grazie all’appoggio contadino esso riuscì a sostenere la lotta armata fino al 1950 circa. Ma oltre ad essere stata un’esperienza più circoscritta dal punto di vista geografico, essa era stata anche compromessa dalla vicinanza con la Germania di Hitler. Il nazionalismo ucraino occidentale si era orientato verso di essa in quanto principale speranza per sovvertire l’ordine di Versailles, sulla falsariga di quanto avevano fatto tutti i nazionalisti sacrificati dai trattati, gli egiziani come i fiamminghi; e di quanto fecero in Asia quelli indiani o indonesiani che, come Subhas Chandra Bose o Sukarno, si schierarono con i giapponesi contro gli inglesi e sono poi diventati oggetti di culto anche da parte di governi filocomunisti come quello bengalese. A renderla difficilmente utilizzabile, specie nella nuova Ucraina rivelata dal 1991, era anche la sua ideologia, un esasperato nazionalismo integrale che aveva causato rovine nella storia europea e mal si attagliava al contesto culturale e ideologico in cui il nuovo Stato cercava di inserirsi.
Non stupisce quindi che malgrado i tentativi, ripetuti, di elevare Bandera e quella resistenza a simboli dell’Ucraina indipendente – tentativi che hanno registrato anche qualche successo, come nel caso dei monumenti innalzati a Bandera, specie, ma non solo, nelle regioni occidentali –, alla fine la scelta sia quasi naturalmente caduta sull’Holodomor. Ad esso il nuovo Stato ha dedicato il suo più importante monumento e su di esso si è costruito, già negli anni Novanta, ma soprattutto a partire dal 2004, il suo discorso di identificazione e legittimazione.
Ma scegliere come simbolo della nuova Ucraina quello che era presentato come un genocidio (e per chi scrive lo è stato senza dubbio) voleva anche dire orientarla in modo nuovo: non più un paese che si allineava alla grande, e tragica, esperienza europea del nazionalismo integrale, ma piuttosto un paese che si presentava come vittima del crimine più efferato che sia possibile commettere contro un «popolo» (anche se sarebbe meglio dire un gruppo umano) spesso in nome dell’affermazione della superiorità di un altro. Un paese che quindi guardava naturalmente alle altre vittime di genocidi come a fratelli, fossero essi ebrei, armeni o tatari (anche qui affonda le sue radici la possibilità di scegliere un primo ministro di origine ebraica e poi di votare in massa per un presidente come Zelens’kyj). E un paese che, come si è scoperto nel febbraio 2022, era anche deciso a opporre una resistenza strenua a ogni ulteriore tentativo di negare le sue scelte e la sua libertà.
Questa resistenza inattesa aggiungerà probabilmente in un prossimo futuro un nuovo, fondamentale strato al discorso legittimante dell’Ucraina contemporanea, un’Ucraina che sembra tra l’altro stare recuperando un nuovo rapporto con lo Stato: una popolazione quasi sempre governata da capitali straniere, e spesso ostili, si trova infatti oggi a difendere uno Stato che sente suo. Esso ha i suoi simboli in Zelens’kyj e nei tanti sindaci che non sono fuggiti, così come nei soldati e ufficiali che hanno deciso di combattere, e nelle cittadine e nei cittadini che si sono arruolati per farlo. Come ammettono implicitamente alcuni commentatori russi, Putin ha quindi paradossalmente contribuito a far nascere una nuova Ucraina, anche se purtroppo l’invasione che le ha fatto da levatrice le impone un prezzo altissimo in termini di vite e sofferenze umane, di perdite territoriali, di danni socio-economici e naturali, e forse anche di clima politico e ideologico, un prezzo che la vicinanza europea potrebbe aiutare a ridurre.
A fine novembre migliaia di studenti occuparono così Majdan nezaležnosti (piazza Indipendenza), la principale piazza di Kyïv, da cui furono sgombrati con la forza il 30. Il giorno dopo fu rioccupata da un grande corteo che assediò il palazzo presidenziale. Cominciava così quella che è nota in Europa come Euromajdan e che gli ucraini conoscono come «rivoluzione della dignità», che condusse al secondo fallimento di Janukovyč e costituì la prima vera, grande sconfitta di Putin. Essa fu anche un nuovo spartiacque nella democratizzazione dell’Ucraina post-sovietica e rivelò il deciso orientamento verso l’Occidente, che era in realtà l’Unione Europea, non solo di una maggioranza, peraltro molto diversificata, della popolazione, ma anche di parti rilevanti del potere politico ed economico cresciuto dopo il 1991. Tale orientamento era segnalato dalle tantissime bandiere dell’Unione che affiancavano tra i manifestanti quelle ucraine e che, dopo la vittoria, rimasero accanto ad esse, ancorché «illegittimamente», all’esterno di tanti edifici pubblici della capitale.
Più che guidare le manifestazioni, i partiti di opposizione ne furono guidati. L’estrema destra nazionalista fu presente e attiva in una resistenza che usò anche la forza contro i reparti speciali del regime, e in cui militarono tanto i militanti di Svoboda quanto quelli del Pravyj sektor (di cui l’ormai famoso battaglione Azov costituiva un braccio armato, formato, come dice il suo stesso nome, da militanti dell’Est ucraino). Essa non ne costituì tuttavia una parte rilevante, né numericamente né, soprattutto, simbolicamente, come confermano le sue ridottissime, quando non irrilevanti, prestazioni elettorali dopo la vittoria. Pravyj sektor, che già nel 2014 ebbe risultati modestissimi, vincendo in una sola circoscrizione, non ha oggi deputati. Svoboda ne ha ormai solo uno, e il loro declino è solo un altro indice dell’ascesa del nuovo nazionalismo civico ucraino, testimoniata anche dalle «retoriche» che dominarono Majdan. Come ha fatto notare Georgiy Kasianov nel suo studio sull’uso pubblico della storia in Ucraina, essa fu animata da due miti principali: quello di una Rus’ di Kyïv «democratica» in virtù della sua assemblea popolare (Viče), e quello, altrettanto «democratico», di cosacchi eretti a simbolo di una storia ucraina impastata di frontiera e libertà, simboli uniti a tracciare un’immagine di un’Ucraina per sua natura democratica e quindi essenzialmente «altra» rispetto al dispotismo «Stato-centrico» moscovita.
Bandera e l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini di cui fu leader e teorico durante e dopo la seconda guerra mondiale, invece, ebbero scarso peso in una rivoluzione «nazionale» più che nazionalista, come indicavano anche le già ricordate bandiere europee, le sue prime vittime, come l’armeno Serhij Nigoyan, e alcuni dei suoi leader, come il russofono Dmytro Bulatov. I primi morti risalgono al 19 gennaio. Dopo un mese, e il massacro di circa 70 manifestanti da parte di cecchini a Kyïv il 20 febbraio, il presidente Janukovyč, mai stimato o amato e ormai abbandonato anche da alcuni degli oligarchi che gli erano stati vicini, fuggì in Russia facendo appello all’intervento militare russo.
La Germania di Versailles, sottoposta a vessatorie riparazioni economiche, tagli territoriali, rigidi controlli sulle forze armate e umiliazioni di ogni tipo, nonché esclusa dalle organizzazioni internazionali, aveva reali ragioni di sentirsi vittima di politiche persecutorie, che non furono affatto applicate a una Mosca che scelse liberamente, a Belaveža, di sciogliere l’Urss, la cui esistenza Washington cercò di sostenere finché fu possibile, come dimostra il famoso Chicken Kiev speech tenuto da George H.W. Bush il 1° agosto 1991. Diversamente dalla Germania, alla Russia non fu imposta alcuna riparazione (le furono anzi concessi aiuti consistenti, anche se non nella misura sperata) e non fu tolto alcun territorio. Essa venne inoltre presto ammessa nel club dei grandi (nel 1997 il G7, che riuniva i più grandi paesi del mondo, fu ribattezzato G8 proprio a seguito dell’ammissione della Russia), e al suo esercito non fu imposto alcun tetto. Analizzeremo poi le proteste di Putin sull’espansione della Nato, ma ho già ricordato nell’introduzione che nel 1994 la Russia ricevette, grazie al sostegno politico e finanziario americano, le circa 4.000 testate nucleari ucraine (oltre a quelle kazake), in cambio delle quali si impegnò formalmente a garantire i confini della repubblica sorella. La storia è cruciale perché indica quali fossero i sentimenti, filorussi, degli Stati Uniti negli anni Novanta, rivela la malafede della Mosca odierna, e suscita non poca amarezza in una Kyïv che si fidò allora degli impegni di russi, americani e inglesi, i garanti degli accordi di Budapest.
Nel discorso che ha accompagnato il lancio dell’invasione il 24 febbraio, Putin ha rafforzato queste considerazioni generali con tre giustificazioni specifiche del suo operato, accomunate dal presupporre l’inevitabilità e la giustezza dell’azione «preventiva», un modo di ragionare che rimanda a quello staliniano senza per questo essere identico ad esso. Si tratta della necessità di una «legittima difesa» preventiva contro una Nato che prepara il colpo alla Russia; della necessità di prevenire il «genocidio» dei russi nel Donbas, un genocidio presentato come effettivamente in corso; e del bisogno di «denazificare» l’Ucraina prima che sia troppo tardi, e l’Occidente riesca nel suo intento di rinsaldare un’anti-Russia da usare contro Mosca.
La retorica anti-Nato era stata lanciata da Putin nel febbraio 2007 col discorso tenuto alla 43a conferenza sulla sicurezza, a Monaco, in cui aveva accusato la Nato di ambiguità e minacce verso la Russia e si era chiesto dove fossero finite «le promesse del 1990». È probabile che nel suo uso giocasse già allora un ruolo importante la coscienza che essa avrebbe trovato buona accoglienza in settori più o meno ampi dell’opinione pubblica e del mondo politico europei. Poiché gli eventi successivi hanno confermato che la scommessa di Putin sulla retorica anti-Nato, agitata con forza nel febbraio 2022, era in grado di produrre frutti, particolarmente copiosi in Italia, vale la pena di richiamare alcuni fatti incontrovertibili:
1) nel 1990 non ci fu alcuna «promessa» formale, e men che meno alcun testo, che impegnasse la Nato a non allargarsi. Si trattò piuttosto di ragionamenti ipotetici sull’unificazione tedesca, tenuti a febbraio da James Baker e Eduard Ševardnadze, in cui il primo chiese al secondo se preferiva una Germania unita fuori dalla Nato, indipendente e senza forze americane a controllarla, o una Germania unita legata ad una Nato che non si sarebbe spostata verso Est. Erano inoltre ragionamenti fatti con il ministro degli Esteri di uno Stato che l’anno dopo avrebbe cessato di esistere. Prima di scomparire esso avrebbe fatto in tempo a firmare a novembre la carta di Parigi, che riconosceva «la libertà degli Stati di scegliere le proprie disposizioni in materia di sicurezza», il principio generale che tutti dovrebbero rispettare per non tornare a un mondo di grandi potenze e Stati cuscinetto;
2) a fronte di quei ragionamenti informali sta il trattato di Budapest del dicembre del 1994, firmato da una nuova Russia che si impegnava formalmente a riconoscere e garantire l’inviolabilità dei confini ucraini in cambio della consegna a Mosca, finanziata dagli Stati Uniti, delle circa 4.000 testate nucleari ucraine. All’inizio dello stesso anno la Russia di El’cin era diventata uno dei primi membri della Partnership for Peace, tesa a costruire fiducia tra i paesi Nato e gli altri Stati europei, inclusi quelli post-sovietici;
3) nel maggio 1997 Nato e Russia firmarono a Parigi un atto costitutivo che stabiliva i passi verso la cooperazione, dichiarava che «la Nato e la Russia non si considerano avversarie» e riconosceva di nuovo «il diritto intrinseco» di tutti gli Stati «a scegliere i mezzi per garantire la propria sicurezza». Mosca vi accettava l’espansione dell’Alleanza atlantica (Ungheria, Polonia e Repubblica ceca furono allora invitate ad entrarvi), in cambio della rinuncia da parte di quest’ultima a dispiegare permanentemente «forze di combattimento significative» e armi nucleari in Europa orientale. L’anno successivo la Russia entrava formalmente nel G7, ribattezzato per l’occasione G8;
4) è vero che i bombardamenti della Nato della primavera 1999, fatti per frenare i serbi in Kossovo ma non autorizzati dalle Nazioni Unite, peggiorarono considerevolmente i rapporti tra l’Alleanza atlantica e una Mosca che guardò allora con più favore all’Unione Europea, vista come faccia pacifica dell’Occidente. Nel 2002, tuttavia, anche in conseguenza della lotta comune al terrorismo islamico, Nato e Russia costituirono un consiglio consultivo congiunto, sviluppando ulteriormente la Partnership for Peace e ponendo le basi per l’ingresso nell’Alleanza di Romania, Bulgaria, Slovacchia, Slovenia e paesi baltici;
5) quando a Bucarest, nell’aprile del 2008, Bush jr. auspicò l’ingresso della Georgia e dell’Ucraina nella Nato, Francia e Germania espressero grande freddezza, e si seppe presto che il «benvenuto» dato alle aspirazioni euroatlantiche dei due paesi nel comunicato finale era solo di cortesia;
6) soprattutto, che la Nato non costituisse una minaccia, per di più crescente, è confermato dai fatti. Per preparare l’invasione dell’Ucraina la Russia ha ammassato truppe ai suoi confini per mesi. Al contrario, i 315.000 soldati americani in Europa del 1989 erano diventati 107.000 nel 1995 e circa 60.000 nel 2006, rimanendo su questo livello fino al 2021. Il dato, da solo, basta a smentire ogni disegno aggressivo e a svelare la natura pretestuosa dell’appello alle ragioni della difesa preventiva.
Ma i discorsi falsi, ancorché talvolta ritenuti veri e quindi realmente tali da alcuni punti di vista e per periodi più o meno lunghi, diventano spesso – anche se, ahimè, non sempre – controproducenti, un fenomeno di cui Putin sta già sperimentando le conseguenze. Un’invasione giustificata con l’obiettivo di arginare l’espansione della Nato ai confini russi ha infatti già portato al riarmo tedesco e alla richiesta di Finlandia e Svezia, intimorite dal comportamento russo, di entrare nell’Alleanza atlantica. E non è escluso che l’aggressione all’Ucraina non solo rafforzi la Nato sul breve periodo, ma le dia anche una nuova vita, basata su una nuova legittimazione la cui mancanza ne stava determinando il deperimento.
Putin ha giustificato la sua «operazione militare speciale» anche con la necessità di fermare il «genocidio [antirusso] in corso da otto anni» nel Donbas. Nella regione ci sono però dal 2014 centinaia di osservatori Osce e i loro dati, non contestati, parlano chiaro: le vittime civili nel Donbas, di entrambe le parti, sono state 2.084 nel 2014, l’anno della guerra aperta; 954 nel 2015; 112 nel 2016; 117 nel 2017; 55 nel 2018; 27 nel 2019; 26 nel 2020; e 25 nel 2021. Troppe, naturalmente, ma certo non tali da poter sostenere l’accusa di genocidio. Non è un caso che l’Ucraina abbia risposto facendo richiesta alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite (una cui risoluzione del 1948 contempla il crimine di genocidio), di investigare se l’accusa avesse fondamento, per non essere ingiustamente accusata di un atto internazionalmente perseguibile. Lo ha fatto chiedendo che la Corte emettesse un ordine di sospensione delle operazioni militari per verificare la veridicità dell’accusa, cosa che la Corte ha fatto con una sentenza del 16 marzo (votata da 13 giudici su 15, con russi e cinesi contrari) che ordinava alla Federazione russa di sospendere le operazioni, cosa che naturalmente quest’ultima si è ben guardata dal fare.
Anche la scelta del termine «denazificazione», che sa di assurdo nei confronti di un paese che aveva appena votato a forte maggioranza per un presidente di origine ebraica, affonda le sue radici nel desiderio di conquistare consensi all’estero, dove il nazionalismo ucraino più conosciuto è stato a lungo quello integrale dei «banderisti», schieratosi come sappiamo negli anni Trenta con Italia e Germania per rovesciare il verdetto di Versailles. Ha contato però in questo caso anche la decisione di riallacciarsi alla vittoria del 1945 contro il nazismo come retorica fondante del nuovo Stato russo, capace di suscitare emozioni anche all’interno del paese. È molto significativa, e annunciatrice di lutti, anche la scelta di riallacciarsi a un discorso sovietico cominciato con la decosacchizzazione del 1919, che prevedeva la fucilazione di una significativa percentuale dei maschi cosacchi che si opponevano al potere rosso. Esso era poi continuato con la dekulachizzazione del 1930, che includeva la fucilazione dei maschi delle famiglie «kulak» (cioè contadine) classificate come di prima categoria, e aveva certo pesato anche nella «depolonizzazione» (un termine che non fu usato) attuata coi massacri degli ufficiali polacchi del 1940.
Molto interessante è anche l’evoluzione del termine e del suo significato in rapporto con l’andamento del conflitto e la realtà che esso svelava. All’inizio la «denazificazione» era presentata come un’operazione limitata, tesa a rimuovere (magari anche permettendone la fuga) le poche migliaia di dirigenti dello Stato ucraino responsabili della sua svendita all’Occidente e di tradimento del mondo russo. Risolto così velocemente il problema, la massa incorrotta del popolo, pronta ad accogliere i liberatori russi, sarebbe facilmente tornata sulla retta via.
Si trattava della versione moderata di un’operazione più volte eseguita nella storia europea: i conquistatori si preoccupavano di eliminare (i metodi possibili erano molti) l’élite dei conquistati e rieducavano poi con relativa facilità quello che una volta si chiamava «materiale etnografico», cioè il popolo, su cui – come amava ripetere Mao – i leader possono scrivere come su una pagina bianca. L’idea, antica e seguita più o meno spontaneamente per secoli, era presto penetrata anche nel pensiero socialista: già nel 1849, sulla rivista diretta con Karl Marx, Friedrich Engels chiedeva lo sterminio delle nazioni (e non delle classi) «controrivoluzionarie» attraverso la soppressione terroristica delle loro élite, l’eliminazione dei loro toponimi e delle loro lingue e l’assorbimento delle loro «masse demografiche» nelle nazioni rivoluzionarie, un copione che Stalin avrebbe seguito lanciando l’Holodomor alla fine del 1932.
Dietro la versione «moderata» dei giorni precedenti l’invasione vi era quindi la convinzione che il successo sarebbe stato facile, che gli ucraini non avrebbero resistito, e che tutto si sarebbe concluso in breve tempo, una convinzione espressa da un articolo pubblicato il 26 febbraio, e poi ritirato, dall’agenzia ufficiale «Ria Novosti», in cui si annunciava che la missione dell’operazione speciale, identificata nella smilitarizzazione e denazificazione dell’Ucraina, era praticamente quasi compiuta.
Poi però, a Putin tutto o quasi prese subito ad andar male. Certo, sia pure con crescente imbarazzo, la Cina ha continuato ad appoggiare Mosca, anche se vede i vantaggi preventivati di questo sostegno diminuire di giorno in giorno. La maggioranza del mondo non bianco inoltre non si schiera, o almeno non lo fa con decisione, malgrado a tutti sia chiaro che si tratta di una invasione che viola il diritto all’autodeterminazione. Ma la resistenza ucraina è stata inattesa quanto straordinaria, anche perché capace nelle prime settimane di tenere e vincere essenzialmente da sola (benché l’appoggio dell’intelligence americana sia stato probabilmente subito importante). Grazie a un sorprendente Biden, a un mondo anglosassone radicalmente schierato a fianco di Kyïv, e a governi europei che, malgrado la forza politica dei sovranismi e degli interessi russi in Europa, hanno alla fine, anche con convinzione, appoggiato l’Ucraina, quella resistenza ha poi trovato solide retrovie, mentre la Russia veniva colpita da sanzioni certo non perfette (nessuna sanzione pare lo sia), ma capaci di arrecare danni significativi anche alle sue catene produttive.